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Brexit, May segna un punto la Confindustria dice sì

Dal palco, la padrona di casa mette subito le cose in chiaro: «Dal prossimo ospite abbiamo idee differenti », ricorda al pubblico la direttrice generale della Confindustria britannica ( Cbi), Carolyn Fairbairn. Sghignazzi in sala. Jeremy Corbyn arriva alla conferenza annuale della Cbi a Londra con la solita cravatta rossa storta e occhiali nuovi con la montatura nera e spessa. All’algida platea di imprese e business, il leader dei laburisti più a sinistra che mai spiega che non è lui lo spauracchio socialista dell’economia britannica. Il vero problema, secondo Corbyn, è il governo di Theresa May che sulla Brexit « ha raggiunto con l’Ue un accordo catastrofico » , che « avrà gravi conseguenze su produttività e lavoro»”.
Senza mai guardare appunti, Corbyn recita a memoria un discorso di oltre mezz’ora, come un bravo alunno che vuole impressionare i prof severi. Il leader Labour sa che se riuscisse a conquistare una fetta di establishment economico e produttivo avrebbe la strada spianata verso Downing Street. Espone con chiarezza il suo programma: unione doganale permanente con l’Ue dopo l’uscita, scongiurare il No Deal, lotta alle disuguaglianze e affossare in Parlamento la bozza di accordo con Bruxelles.
Peccato che, finito il suo intervento, il presidente della Confindustria John Allan ringrazi Corbyn e faccia presente alla platea che quello di May «è l’unico piano possibile sulla Brexit » . Una mazzata per il capo Labour. Poche ore prima, alla Cbi era infatti stato il turno della premier, che ha ricevuto molti più applausi di Corbyn. Il suo accordo con l’Ue piace a imprenditori e industriali terrorizzati dal ” no deal”. Ma c’è un punto che tutta la Cbi contesta a May: una brutta frase detta poco prima, e cioè «i lavoratori europei non salteranno più la fila, avranno le stesse chance degli ingegneri di Sydney o dei programmatori di New Delhi » . Per gli industriali, penalizzare i migranti Ue sarebbe « un cambiamento sismico», una mossa suicida, che lascerà voragini — già visibili — nel mercato del lavoro.
Ma May non ha scelta. Per avere un accordo sulla Brexit, ha ceduto a Bruxelles su molti punti ( vedi la questione irlandese) e quindi la morte della libera circolazione è uno dei suoi pochi trofei per placare la furia dei ” Brexiters”. La premier, per ottenere l’ok definitivo sull’accordo dal vertice Ue di domenica 25 e poi sperare in un miracolo in Parlamento, ha fatto un’altra concessione al caponegoziatore Ue, Michel Barnier: l’unione doganale temporanea potenzialmente estesa fino al 2022 (e non 2020) e senza rescissione unilaterale, prima dell’uscita definitiva. Resta il nodo Gibilterra, per cui la Spagna fa la voce grossa ( il 98% degli abitanti ha votato per l’Ue), ma i 27 ambasciatori Ue ieri hanno sostanzialmente approvato la bozza. Continua, però, a pendere l’incognita mozione di sfiducia contro May presentata dai pasdaran conservatori Rees-Moog e Boris Johnsona.

Antonello Guerrera

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