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Brexit, May isolata in casa ma la Ue le dà un altro mese

“Cool, calm heads” (“teste calme e fredde”) è il nuovo “Keep calm and carry on” di vecchia memoria inglese. Ieri, alla Camera dei Comuni, Theresa May ha definito così la sua resistenza politica. Ma oramai, in patria, pare accerchiata dai suoi nemici. Ieri la premier britannica ha spiegato in Parlamento il flop dell’incontro a sorpresa di domenica tra il ministro della Brexit britannico, Jonathan Raab e il caponegoziatore dell’Ue, Michel Barnier. Secondo May, un accordo sulla Brexit è «ancora possibile».
Ma in Regno Unito tutto sembra dire il contrario. Anche il consiglio Ue di domani sera, cui la premier britannica parteciperà, sarà un flop quasi scontato: May è in grossa difficoltà. Il presidente del Consiglio europeo Tusk ieri ha detto chiaramente che «il no deal» è oramai uno scenario realistico. E l’Europa, a differenza di Londra, pare avere un piano.
Il piano B dell’Ue: vertice a novembre
Bruxelles ha deciso di giocare su due tavoli. Confermerà il vertice straordinario di novembre, in bilico dopo il disastro di domenica ma a questo punto decisivo, con una doppia funzione.
Formalmente, sarà l’occasione dell’Unione Europea per stilare un “contingency plan”, ossia un piano in caso di “no deal”, “nessun accordo”, e tutte le nefaste conseguenze che ciò potrebbe causare. In realtà, però, sarà anche l’ultima porta aperta a Londra.
Messaggio in codice: abbiamo un altro, ultimo mese di tempo per trovare un accordo. È l’ultima chiamata. A May sono state fatte alcune piccole concessioni su scambi commerciali e controlli fitosanitari tra le due Irlande. Il presidente francese Macron ha sottolineato che «i progressi sono ancora possibili» e le ha telefonato in tarda serata. Ma soprattutto, May è stata esortata da Bruxelles a scaricare uno dei due alleati: gli unionisti nordirlandesi del Dup o la falange dei conservatori pro Brexit dura, capeggiata dall’ex ministro degli Esteri Boris Johnson. May ci starebbe: ormai vuole giocarsi il tutto per tutto. Ma chi potrebbe prendere il loro posto per darle il sostegno in Parlamento su un accordo sulla Brexit (se mai verrà raggiunto con l’Europa)?
Una premier rimasta sola
Paradossalmente, solo gli avversari laburisti potrebbero salvare la premier britannica. In effetti, c’è una piccola parte moderata ma ribelle che cederebbe: voterebbe per senso di responsabilità, evitare il “no deal” e fare pure un dispetto all’odiato Corbyn. Lo confermano in privato due laburisti. Ma quanti sono? A Westminster c’è chi dice 10, chi 20, chi addirittura 30. In ogni caso i conservatori “serpenti” sarebbero molti di più, almeno 40-45. Insomma, May al momento non ha una maggioranza, non ha un piano serio, niente. Lo sbandierato accordo “Chequers” di qualche mese fa tra conservatori (che fece dimettere Johnson e poi bocciato dall’Europa), ormai May neanche lo cita più. Ieri, in Parlamento, almeno a sentire le reazioni dei deputati, non c’è stata una persona che l’abbia sostenuta.
May è politicamente accerchiata: da una parte del suo partito e del suo governo, in bilico perché almeno sei ministri sarebbero pronti a mollare la barca che affonda; da Corbyn e gran parte dei laburisti che non le offriranno scialuppe di salvataggio; dagli alleati unionisti nordirlandesi (il Dup), fondamentali in quanto appoggio esterno del suo governo, ma oramai sempre più irritati con la premier per la questione irlandese.
Il flop di domenica
Il problema è stato ancora una volta la questione irlandese e il cosiddetto “backstop”, che sta per “lasciare l’isola irlandese così com’è, senza frontiere” dopo il 1 gennaio 2021, quando la Brexit sarà effettiva. Il problema è spinosissimo: dopo gli Accordi del venerdì santo nel 1998, Irlanda e Irlanda del Nord hanno costruito una fragile pace anche grazie al confine aperto tra i due Paesi.
Richiuderlo, come la Brexit imporrebbe, potrebbe riaprire sanguinose ferite. L’Europa dunque vuole imporre il “backstop”, senza limiti di tempo fino a quando non ci sarà una soluzione chiara, lasciando circolare merci e persone, e pare che domenica ne abbia proposto una versione ancora più marcata.
May non ci sta: vuole un limite temporale chiaro e per questo è arrivata a offrire il prolungamento del Regno Unito nell’unione doganale Ue fino a fine 2021, cioè un anno dopo l’effettivo divorzio.
Una mossa che ha irritato Boris Johnson e gli altri pasdaran della “Brexit dura” del suo partito: per loro, concedere una simile estensione sarebbe la morte della Brexit, perché Albione non si staccherebbe più dall’Europa.
Questa frangia di conservatori avvelenati sta cercando di logorare May giorno dopo giorno.
Anche i nordirlandesi del Dup sono sul piede di guerra: il loro timore è che, per lasciare il confine aperto con il Sud come pretende l’Europa, la frontiera diventi effettivamente il Mar d’Irlanda, dividendo così Ulster e Gran Bretagna. Ieri ci si è messa pure la premier scozzese Sturgeon, che in un incontro a Londra ha chiesto mercato comune, unione doganale e ha minacciato un nuovo referendum per l’indipendenza. Un anonimo deputato conservatore diceva ieri che la premier «è come il re all’ultima mossa. Un ultimo errore, ed è scacco matto». Mentre il Regno Unito rischia di essere sempre più disunito.

Alberto D’Argenio

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