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Brexit, May chiede aiuto a Corbyn per un piano d’uscita bipartisan

Sul filo di lana, Theresa May tenta la carta di un accordo con l’opposizione, da raggiungere dopo aver ottenuto da Bruxelles una seconda «breve estensione» dell’articolo 50, che afferma la volontà di Londra di lasciare l’Unione Europea. Un rinvio «più breve possibile – ha detto ieri sera la premier britannica al termine di un’estenuante riunione di governo durata sette ore – che terminerà nel momento in cui approviamo un accordo». L’estensione dovrà servire ad assicurare un’uscita dalla Ue «ordinata e tempestiva».
L’obiettivo si è dimostrato irraggiungibile finora, ma la signora May ora pensa di poterlo centrare offrendo al leader laburista, Jeremy Corbyn, «di sedersi insieme per concordare un piano che assicuri l’uscita dall’Unione Europea, con un accordo». Invito accettato, mentre già la sterlina festeggiava su euro e dollaro. «Sono molto felice di incontrare il primo ministro», ha subito accettato il leader laburista: «Riconosciamo il passo che ha fatto, riconosco la mia responsabilità nel rappresentare chi ha sostenuto il Labour nelle ultime elezioni e la gente che non ha appoggiato il Labour ma vuole comunque certezze e sicurezza per il suo futuro. Sono le basi su cui la incontreremo».
Se ci sarà accordo, dovrebbe trattarsi di una Brexit “soft”, che manterrebbe la Gran Bretagna molto più vicina all’Unione di quanto vorrebbero i Brexiteer (che infatti già scendono sul piede di guerra) dal momento che il Labour è per un mantenimento dell’unione doganale e per un legame stretto con il mercato unico. Qualunque intesa, ha chiarito la May, dovrà includere l’Accordo di recesso concordato con Bruxelles. «Cerchiamo di essere pazienti – ha osservato il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk – anche se non sappiamo quale sarà il risultato finale».
Mentre era in corso la riunione del governo a Downing Street, le aspettative non erano elevate. Un no deal è sempre più probabile, aveva detto Michel Barnier, il negoziatore capo dell’Unione Europea, che dopo i ripetuti fallimenti di trovare una soluzione all’impasse spiegava che «ogni giorno che passa aumenta il rischio di un’uscita della Gran Bretagna dalla Ue senza un accordo». In mancanza di un rinvio e di un accordo, la data di Brexit sarebbe il 12 aprile: scadenza per la quale la Gran Bretagna non è affatto pronta, secondo una lettera inviata a tutti i ministri da sir Mark Sedwill, il numero uno dell’amministrazione pubblica nella quale avverte che in caso di no deal i prezzi dei generi alimentari aumenteranno del 10%, la polizia non sarà in grado di proteggere i cittadini, l’economia cadrà in recessione e molte imprese falliranno.
Il Parlamento ha votato due volte e con un ampio margine contro un’uscita senza accordo, ma non è riuscito a trovare una maggioranza per alcuna ipotesi alternativa. Il secondo round di votazioni di lunedì sera, che avrebbe dovuto essere decisivo, si è concluso con un altro nulla di fatto.
Delle quattro proposte votate dai deputati, quella di restare in un’unione doganale con la Ue ha raccolto i maggiori consensi ed è stata sconfitta per soli 3 voti. Le altre opzioni – un secondo referendum, la partecipazione all’Efta e la revoca dell’articolo 50 – sono state tutte bocciate.
Ieri la deputata laburista Yvette Cooper e il veterano conservatore Oliver Letwin, i due leader della riscossa del Parlamento, hanno proposto un piano alternativo, presentando un disegno di legge che obbligherebbe la May a chiedere a Bruxelles un rinvio di Brexit oltre il 12 aprile per impedire un no deal.
Il presidente francese Emmanuel Macron, parlando dopo aver incontrato a Parigi il premier irlandese Leo Varadkar, ha detto che la concessione di un rinvio «non deve essere data per scontata» perché «la Ue non intende essere ostaggio della crisi politica nel Regno Unito». Varadkar ha detto che la Ue deve restare aperta a «proposte credibili» da parte di Londra.
Finora Theresa May si era rifiutata di contemplare soluzioni alternative al proprio accordo. Sa che almeno 170 deputati conservatori sono favorevoli a un no deal, perché in tanti hanno firmato una lettera per chiederle di arrendersi all’evidenza dopo tre sonore bocciature dell’accordo di recesso da lei concordato con la Ue.
La premier però sa anche che nelle votazioni di lunedì solo 37 Tories avevano votato per restare nell’unione doganale e solo 15 per un secondo referendum. Il partito è diviso in fazioni, ma non sembra favorevole a una soft Brexit del tipo proposto dal Parlamento.
«C’è solo un trattato – aveva detto ieri Barnier sventolando una copia dell’accordo -. Per evitare un no deal l’unica soluzione è votare a favore dell’intesa».

Nicol Degli Innocenti

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