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Brexit, l’Unione vede pochi progressi

Dopo un dibattito animato, che ha mostrato quanto ormai il clima tra il Regno Unito e il resto dell’Unione si sia deteriorato, il Parlamento europeo ha approvato ieri una risoluzione con la quale denuncia la mancanza di progressi nelle trattative di divorzio. L’assemblea parlamentare si allinea così alle posizioni della Commissione europea. A fine mese, i Ventisette dovranno prendere atto della situazione, e rinviare sine die il negoziato sul futuro accordo di partenariato.
«Dobbiamo accordarci sui termini del divorzio – ha detto in aula a Strasburgo il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker –. E poi potremo discutere di un nuovo amore». Riferendosi al recente discorso del premier Theresa May a Firenze, l’ex premier lussemburghese ha detto: «I discorsi non sono posizioni negoziali». Vi è ancora ritardo sui tre temi preliminari a qualsiasi negoziato sul futuro partenariato: i diritti dei cittadini, gli impegni finanziari, il futuro dell’Ulster.
Il presidente dell’esecutivo comunitario ha quindi confermato che non vi è spazio per iniziare a discutere del futuro partenariato. Ribadendo quanto già affermato la settimana scorsa, il capo-negoziatore comunitario Michel Barnier ha parlato di «divergenze serie» sulle questioni finanziarie: «Non accetteremo di pagare a 27 quanto è stato deciso a 28» (si veda Il Sole 24 Ore del 29 settembre). Le parti terranno la settimana prossima una quinta tornata negoziale, prima di una riunione del Consiglio europeo.
La posizione della Commissione europea è condivisa dal Parlamento europeo, che ieri ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che va nello stesso senso. I voti a favore sono stati 557, i voti contrari 92, le astensioni 29. La risoluzione invita i Ventisette «a decidere di rinviare una valutazione sui progressi sufficienti effettivamente compiuti» nel corso del negoziato. In origine, i Ventisette speravano di decidere in ottobre di iniziare il negoziato sul futuro partenariato. Così non sarà.
Non per altro, a Firenze la premier May ha parlato di un periodo di transizione di due anni, dal momento dell’uscita fissata nel marzo 2019, durante il quale il paese continuerebbe a fare parte del mercato unico (si veda Il Sole 24 Ore del 23 settembre). Nei fatti, Londra vorrebbe allungare i tempi del negoziato. Nel mandato negoziale affidato al capo-negoziatore Barnier all’inizio dell’anno, i paesi membri avevano considerato questa possibilità, ma tutto è ancora da decidere.
Nella sua risoluzione, il Parlamento europeo chiede che nel biennio vengano assicurati alcuni principi: la piena applicazione dell’acquis comunnautaire e la piena giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Come detto, il dibattito di ieri a Strasburgo è stato animato. Il capogruppo liberale Guy Verhostadt ha notato «la mancanza di unità nel governo britannico». Il suo omologo popolare Manfred Weber ha suggerito alla premier May di «licenziare» il suo ministro degli Esteri Boris Johnson.
Per tutta risposta, gli eurodeputati nazionalisti, non solo quelli inglesi, hanno dato voce alle loro tradizioni critiche euroscettiche. Il tedesco Hans-Olaf Henkel (di Alternative für Deutschland) ha accusato Guy Verhostadt di essere «arrogante». L’indipendente britannica Janice Atkinson ha accusato gli europei di «incitare alla violenza», riferendosi alle pressioni indipendentistiche in Catalagna, e al tentativo di Madrid di impedire domenica lo svolgersi di un referendum secessionista.

Beda Romano

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