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Brexit, per l’Ue mancano12,7 mld, ma è una fake news

Quanto costa la Brexit al bilancio dell’Unione europea? Stando a quanto comunicato dalla commissione europea e riportato, pedissequamente, su tutti i giornali (economici e non), l’uscita del Regno Unito dal sodalizio europeo genererà un buco nelle casse dell’Ue, pari a circa 12 miliardi di euro l’anno. Per l’esattezza sarebbero 12.759.600.000 euro. Ma è una fake news! Una notizia fasulla, che viene strombazzata ovunque. Perché? Per un fatto addirittura banale, che, però, non esplicitato finisce per ingannare l’opinione pubblica. In sostanza, è vero che la Brexit genererà un minor gettito nelle casse dell’Unione per 12,7 mld di euro l’anno (in base all’ultimo dato di contribuzione disponibile, il 2016), ma è altrettanto vero che la Gran Bretagna riceve ogni anno dall’Ue fondi e trasferimenti per oltre sette mld di euro (per l’esattezza 7.051.000.000, dato 2016). Ciò significa, che il buco generato dalla Brexit non ammonta a 12 mld di euro, ma a meno della metà. Cioè a 5,7 mld di euro. Quindi, l’impatto dell’uscita del Regno Unito pesa molto meno di quanto va dicendo (e scrivendo) la commissione europea.

E allora, perché Bruxelles prende i suoi cittadini per i fondelli? La risposta è nella proposta di bilancio pluriennale 2021/27, redatta dall’esecutivo comunitario e diffusa due giorni fa (si veda da ultimo ItaliaOggi di ieri). Nel presentarla, la commissione sostiene che il nuovo quadro finanziario prevede nuove spese annue per 8-10 miliardi di euro, per via dell’implementazione di nuove politiche strategiche. Poi, a questo dato, somma la drammatizzazione finanziaria della Brexit. E così giustifica l’aumento di contribuzione richiesto agli stati membri.

Un rincaro che Bruxelles misura in termini di Reddito nazionale lordo (Rnl): ogni stato Ue è chiamato a trasferire nelle casse comunitarie non più l’1% del proprio Rnl, ma l’1,11%. Che, in soldoni, darebbe vita a un bilancio Ue da 1.279 miliardi di euro, a prezzi correnti, per il settennato 2021/27 (1.135 mld a prezzi costanti 2018), contro il budget stanziato per il settennato della crisi finanziaria (2007/14), pari a 900/1.000 mld di euro. In pratica, un terzo di trasferimenti in più, con un Regno Unito a finanziare in meno. E con la prospettiva di una crescita economica nel Vecchio continente, che non farebbe altro che ingrossare il fiume di denaro verso le istituzioni Ue.

Finita qui? No: a fronte dell’aggravio richiesto alle casse dello stato, la commissione europea ha avvertito che il bilancio Ue per i prossimi sette anni prevede «un taglio del 5% alla politica agricola comune e del 7% alle politiche di coesione (cioè ai fondi finalizzati a ridurre gli squilibri territoriali tra le differenti regioni dell’Unione). Ma questa sforbiciata al primario parte dal presupposto, dato per scontato dal commissario Ue all’agricoltura Phil Hogan, che tutti gli stati membri dell’Unione accettino di mettere nuovamente mano al portafogli, aumentando di un ulteriore 10% il proprio contributo nazionale o regionale ai programmi di sviluppo rurale (secondo pilastro della Pac); dunque, se così non fosse, se cioè i paesi dovessero rifiutarsi di pagare anche un 10% in più di cofinanziamento per i Psr, quel taglio agli aiuti agricoli, stimato in un -5%, sarebbe molto più elevato. E incisivo. A questo punto, detto dei 5,7 miliardi di euro che il Regno Unito ha lasciato finora nelle casse dell’Unione (e che hanno alimentato la propaganda pro Brexit), viene da chiedersi quali siano gli stati europei che ci perdono, in termini di trasferimenti a Bruxelles, e quali gli stati che, aderendo all’Unione, hanno fatto un affare.

Chi spende di più? In primis, sgombriamo il campo dai soliti sospetti. La Germania ha contribuito alle casse dell’Unione per 23,2 miliardi di euro nel 2016 e ha ricevuto trasferimenti da Bruxelles per circa 10 mld di euro; in pratica ha devoluto alla causa europea quasi 13,2 mld l’anno. La Francia, da parte sua, ha versato 19,47 mld di euro all’Europa, a fronte di somme ricevute per 11,27 mld: la differenza a beneficio dell’Unione è di 8,2 mld. A conti fatti, in coerenza con l’assioma «pago-pretendo», il bimotore Berlino-Parigi consolida la propria egemonia nei corridoi delle istituzioni comunitarie grazie a un fiume di moneta sonante.

E l’Italia? Anche il Belpaese è un cosiddetto contributore netto (cioè versa all’Unione più di quanto riceve): nel 2016 ha erogato nelle casse europee 13,94 mld di euro l’anno, a fronte di 11,59 mld di euro di fondi ricevuti: la differenza a favore di Bruxelles è di 2,35 mld di euro. Ma attenzione: la bassa contribuzione rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione non è un segno di forza, bensì di debolezza. O meglio, è un segno della crisi: prima del 2008, quando l’Italia sosteneva livelli di crescita economica più elevati, il suo disavanzo nei confronti di Bruxelles era più o meno simile a quello del Regno Unito. Ma la recessione ha colpito duramente e la percentuale di Reddito nazionale lordo devoluta a Bruxelles ha segnato un sensibile calo in valori assoluti

Chi ci guadagna? Partendo da ovest verso est, nel 2016 il Portogallo ha registrato un vantaggio nei confronti dell’Unione, nel rapporto uscite/entrate, di 1,8 mld, l’Irlanda di 363 mila euro. La Spagna, invece, ha contribuito al bilancio dell’Unione per 9,56 mld di euro, a fronte di trasferimenti Ue incassati per 11,6 mld: il vantaggio netto ammonta a oltre due mld. Praticamente, la somma che l’Italia devolve alla causa europea è poco più del tesoretto che la Spagna incassa. E la Grecia? Il paese più bistrattato dalla crisi finanziaria degli ultimi anni destina a Bruxelles ogni anno 1,5 mld di euro, ma dalla «matrigna Europa» riceve annualmente 5,85 mld di euro; in soldoni, nel suo rapporto con l’Unione è in attivo per 4,35 mld di euro. E le sorprese non finiscono qui. Spingendoci oltre quella che, una volta, veniva definita la cortina di ferro, la Romania ha una differenza uscite/entrate positiva, per quasi 6 mld di euro. La Bulgaria per 1,96 mld.

Ma a far saltare il banco è la Polonia, uno dei quattro membri euroscettici del cosiddetto gruppo di Visegràd: Varsavia incassa dall’Unione europea circa 10,63 mld di euro l’anno, ma trasferisce a Bruxelles 3,55 mld, per un vantaggio netto di oltre 7 mld. E gli altri tre stati? L’Ungheria ha un surplus di 3,62 mld; la Slovacchia per oltre 2 mld di euro; la Repubblica Ceca per 3,33 mld di euro.

Luigi Chiarello

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