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Brexit, i Lords bocciano May per la seconda volta

La Camera dei Lords ha bocciato la linea del governo di Theresa May e con 366 voti a favore e 268 contrari ha rimandato ai Comuni la legge sull’articolo 50 che sancisce il recesso britannico dall’Unione europea. Quella maturata ieri sera è una mossa-chiave nella battaglia parlamentare sul destino di Londra dopo il voto sul referendum del 23 giugno. I Pari del Regno hanno approvato un emendamento alla norma governativa sulla Brexit, chiedendo di garantire al Parlamento diritto di voto “autentico” sul divorzio anglo-europeo. In altre parole qualsiasi intesa che l’esecutivo negozierà con Bruxelles dovrà essere sottoposta – secondo i Lords –allo scrutinio delle due Camere e se esse lo vorranno l’accordo potrà essere bocciato, obbligando Downing Street a mutare i termini del patto raggiunto con i Ventisette. La centralità del Parlamento per i rappresentanti dell’Upper Chamber di Westminster è incontestabile e va ristabilita.
Ora la palla torna ai Comuni che la prossima settimana dovranno valutare la legittimità e l’opportunità di questo emendamento, come pure di quello varato la scorsa settimana quando i Lords difesero il diritto di residenza nel Regno dei cittadini Ue dopo la Brexit. Se i Comuni – assemblea elettiva a differenza di quella occupata dai nobili colleghi – non si adegueranno, il provvedimento tornerà alla Upper Chamber che potrebbe reiterarlo. In ultima istanza, tuttavia, spetterà alla House of Commons la parola finale.
I Pari del Regno hanno respinto la visione dirigista del governo che intende concedere al Parlamento il diritto di esprimersi, ma solo con un semplice voto a favore o contro l’accordo. Nei piani di Theresa May , cioè, Westminster potrà solo dire “si” oppure “no” all’intesa che il governo avrà raggiunto con Bruxelles. Per la signora premier, inoltre, in caso di bocciatura parlamentare Londra dovrebbe far saltare il tavolo della trattativa, tornando alle regole commerciali della Wto. Una posizione, aderente con la linea del fronte eurofobo, che i Lords considerano lesiva dei poteri del Parlamento. Per questo hanno rivendicato il diritto di rispedire l’esecutivo a negoziare nuovi accordi.
Una linea che sembra avere anche ampio sostegno popolare. Un sondaggio dell’Independent assegna una maggioranza schiacciante a favore di nuovi negoziati in caso di “no” parlamentare. Si frantuma così il mantra di Theresa May che da mesi va dicendo «meglio nessun accordo che un cattivo accordo». L’opinione pubblica non sembra affatto volere uno strappo radicale con Bruxelles e ieri ha trovato sostegno nella linea moderata della Camera Alta.
I Lords avevano già sfidato i Comuni, la scorsa settimana, quando avevano approvato un emendamento alla legge che attiva l’articolo 50 dedicato ai cittadini europei residenti nel Regno Unito. L’obiezione è che Londra deve agire in modo unilaterale, concedendo ai lavoratori Ue già domiciliati nel Paese il diritto di continuare a risiedere. Mossa che la Upper Chamber vuole sganciata dal principio di equivalenza. Il loro ragionare, in altre parole, è questo: siamo noi a volercene andare dall’Ue dobbiamo rispettare le esigenze di chi, in buona fede, si è trasferito, ha lavorato, ha contribuito allo sviluppo del Paese. Il governo vede la cosa in maniera radicalmente diversa. Intuisce la necessità di una decisione rapida sul punto ma chiede reciprocità: che qualsiasi misura di Londra sia accompagnata da analoghi impegni dei Ventisette a tutela dei britannici residenti nell’Unione. I Comuni avevano già valutato e bocciato un emendamento analogo la scorsa settimana.
Ora dovranno di nuovo dibattere le correzioni volute dai colleghi della Upper Chamber e le crepe nel fronte della debole maggioranza parlamentare che sostiene Theresa May potrebbero aprirsi su entrambi i fronti aperti. Se così sarà l’articolo 50 sarà stato radicalmente rivoluzionato e la Brexit comincerà sotto auspici ben diversi da quelli desiderati dalla May. È possibile che accada perché la “frusta” dei capigruppo non riesce sempre a contenere le spinte dei ribelli. Molti laburisti promettono di opporsi a governo e partito (il leader Jeremy Corbyn è ormai un brexiter a tutto tondo); molti conservatori potrebbero rigettare i diktat di Downing Street; gli unionisti democratici nordirlandesi potrebbero essere meno compatti di quanto si creda. È possibile che i Comuni mettano “sotto” il governo, ma resta improbabile. La mano di poker sull’addio all’Unione che Theresa May pensava di vincere con un rilancio ai limiti del bluff s’è tuttavia complicata oltre misura. Molto, se non tutto, torna in gioco lungo l’asse Londra-Bruxelles.

Leonardo Maisano

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