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Brexit, Londra corregge il tiro ma resta in stato confusionale

Dopo quattro giorni di dotto discettare sulla difficile declinazione della “prerogativa reale” governativa con il ruolo del Parlamento nella vita democratica del Regno Unito, la Corte Suprema ha terminato la fase dibattimentale. I giudici si riuniscono e la sentenza che sarà emessa in un giorno da definirsi del mese di gennaio metterà fine al contrasto fra Downing street e Westminster sul destino della Brexit. Non sulla Brexit in sé che nessuno, con l’eccezione di Tony Blair e pochi irriducibili, immagina revocabile, ma sulle modalità, la tempistica, le condizioni della sua realizzazione pratica.
I supremi giudici dovranno confermare o rigettare il verdetto dell’Alta Corte che ha assegnato al parlamento un ruolo chiave nell’iter che procede e accompagna l’avvio del procedimento di recesso dall’Ue. Il governo di Theresa May lo contesta nel principio, avocando a sé stesso – in nome della prerogativa reale – il diritto e il dovere di gestire la Brexit nella sua trasformazione da volontà popolare a realtà storica.
In attesa che la Suprema Corte chiarisca il conflitto istituzionale, si chiude una settimana importante nei rapporti anglo-europei e soprattutto interni alla vita del Regno. Il governo di Theresa May sta dando inattese indicazioni di disponibilità al compromesso con i remainers, allontanandosi dagli slogan più severi della hard Brexit, ripiegando su più moderate opzioni negoziali. Gli sviluppi più significativi in questo senso sono tre, al netto del pronunciamento dell’Alta Corte che resta, in assoluto, l’evento più importante dal 23 giugno ad oggi. In primo luogo il governo ha accettato – due giorni fa – di illustrare in Parlamento i piani negoziali che intende adottare, prima di avviare la procedura di recesso dall’Ue. Ha accettato di farlo, si obietterà, in cambio dell’impegno dei deputati ad approvare il calendario governativo sulla pratica di separazione. È vero, ma resta significativa la decisione di Downing Street di mostrare un poco le carte come preteso dal Labour e da molti conservatori “eurofili”. Le mostrerà, beninteso, fra mille caveat, per non danneggiare la tattica negoziale, ma tanta cautela è inevitabile e non diminuisce affatto il significato della mossa che il governo May ha accettato di subire riconoscendo al parlamento un ruolo specifico. Sarà la Corte Suprema a stabilire se quel ruolo debba andare molto più in là con votazioni e misure specifiche varate da Westminster a cui il governo dovrà attenersi.
In attesa di allora Theresa May ha già rinculato dalla linea della fermezza e con lei gli hard brexiters, da David Davis a Boris Johnson, protagonisti degli altri due sviluppi del dedalo Brexit che riteniamo importanti. Entrambi, d’improvviso, vanno dando segni di relativo pentimento. È stato Davis, infatti, ad ammettere che «forme di pagamento alle istituzioni Ue potrebbero essere necessarie» per garantire a Londra i benefici del mercato interno. Un’indicazione che ha rilanciato l’idea della disponibilità di Londra a considerare, come ipotesi estrema, il modello norvegese, l’adesione cioè allo spazio economico europeo, nonostante il problema, che resterebbe irrisolto, dell’immigrazione intra Ue. Sarà un caso, ma mentre David Davis ipotizzava assegni in pound per Bruxelles il ministro degli esteri Boris Johnson si lasciava scappare di «non essere contrario alla libera circolazione dei lavoratori». Non vale la sua successiva ritrattazione, né vale la puntualizzazione di aver parlato «a titolo personale». Un vezzo, quest’ultimo, che va di moda dalle parti del Foreign Office. S’è saputo ieri che qualche giorno fa, a Roma, Boris Johnson ha sparato – «a titolo personale» – una bordata contro l’Arabia Saudita, accusata di essere impegnata in una “proxy war” in Medio oriente. Tesi magari condivisibile, ma certamente non condivisa da Theresa May che lo ha subito richiamato all’ordine. Un ministro degli esteri in carica – ex giornalista e straordinario giocoliere della comunicazione – non può parlare tanto spesso «a titolo personale», in divergenza con la linea del suo governo. Più che un incidente è un’eccentricità, volendo essere magnanimi.
A sei mesi scarsi dal referendum , Londra, aggiusta pertanto la mira sulla Brexit, ma il target resta ancora invisibile. Qual è l’obbiettivo condiviso dal governo di Londra? Le voci sono dissonanti e la strategia comune ancora latita. Theresa May ha sostituito alla retorica dello slogan “Brexit significa Brexit”, quella, appena coniata, di una «Brexit bianca rossa e blu» come l’Union Jack. Ancora parole e ancora nebbia. Tatticismi ? No, solo tanta preoccupante confusione sulla via da battere per lasciare l’Unione senza pagare un prezzo economicamente insostenibile.

Leonardo Maisano

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