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Brexit, l’offensiva degli atenei

Quattro miliardi l’anno. Euro più, euro meno. È questo il conto salato che il «sì» alla Brexit presenterà al sistema universitario del Regno Unito. Stando almeno ai primi calcoli realizzati dal think tank britannico Hepi (Higher Education Policy Institute) secondo cui, fino all’anno scorso, il 5% degli iscritti a università inglesi proveniva dall’Europa continentale portando con sé un tesoretto di almeno 3,6 miliardi di pound tra tasse universitarie, vitto e alloggio e spese varie.

Un bel gruzzolo che andava ad alimentare le casse degli atenei contribuendo a determinare l’alto livello qualitativo dell’istruzione di Londra e dintorni. Adesso il timore è che tutto questo possa diventare soltanto un ricordo. A meno che non si riesca a trovare un accordo che garantisca un trattamento speciale agli studenti europei, sia in termini di permesso di soggiorno che di rette di iscrizione. Le tuition fee applicate fino ad oggi dalle università britanniche prevedevano infatti grandi disparità economiche tra gli studenti europei e quelli provenienti dal resto del mondo. Un master in diritto alla London School of Economics, per esempio, prevede una retta annua di 14.784 sterline per gli studenti Ue e di 21.576 per tutti gli altri. Stesso discorso a Oxford dove la retta per un corso universitario in Economia e Management si attesta a 9.250 sterline l’anno per gli europei e 18.080 per gli studenti esterni al blocco Ue. Una bella differenza, che rischia di tradursi in una forte diminuzione del flusso di studenti che ogni anno abbandona l’Europa continentale alla volta del Regno Unito. Intanto, per mettere una pezza al rosso atteso nei propri bilanci, alcuni atenei britannici hanno deciso di aprire succursali in Europa per continuare ad accaparrarsi il favore degli studenti Ue.

A muoversi per prime sono state Warwick e Oxford che dal 2018 dovrebbero aprire una succursale a Parigi attraverso cui intercettare i 55 mila studenti che fino a oggi lasciavano ogni anno il Continente per andare a studiare negli atenei di Londra. A fare da contrappeso al crollo dei conti, l’aumento dei fondi pubblici che il governo farà ricadere sulle migliori università del Paese (calcolato in 10 milioni di sterline l’anno per ciascun ateneo) e l’incremento atteso nel numero di studenti extra Ue legato alla svalutazione della sterlina: più 20 mila unità, che potrebbero ridurre lo squilibrio dei conti di ulteriori 227 milioni di pound. Al di là della questione economica, l’uscita del Regno Unito dall’Ue avrà ripercussioni anche sui programmi di scambio tra università: Erasmus Plus, Horizon 2020 e Marie Curie. Per fare fronte a questa mancanza, il Dipartimento per l’Educazione di Londra ha iniziato a mettere le mani avanti avviando relazioni accademiche più strette con i partner storici del Paese, dagli Stati Uniti al Canada, all’India, includendo i nuovi protagonisti dell’economia mondiale, come Cina e Brasile. L’idea è quella di creare programmi di scambio universitario alternativi all’Erasmus che consentano agli studenti di Sua Maestà di continuare a beneficiare di esperienze internazionali così come fatto dai 200 mila ragazzi britannici che in passato hanno partecipato agli scambi studenteschi con i Paesi Ue.

Tancredi Cerne

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