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Brexit L’Europa? In ogni caso non sarà più la stessa

La settimana storica per il Regno Unito e per l’Unione europea, quella del referendum sulla Brexit, è all’improvviso crudele. La campagna di propaganda era già brutta ed esagerata, con i due campi contrapposti impegnati a mentire come mai prima. L’omicidio della deputata laburista Jo Cox, giovedì scorso, ha reso l’intera vicenda per niente britannica: la violenza e l’estremismo, di destra e di sinistra, non sono mai stati parte della tradizione e della cultura dell’Isola. Brutto. Ciò nonostante, il referendum di giovedì 23 giugno chiede di tenere gli occhi asciutti: chiunque vinca, saran problemi.

L’inevitabileNel caso di vittoria del «Leave», è evidente che le conseguenze per la Ue saranno profonde, soprattutto se la decisione dei britannici innescasse un effetto d’imitazione in altri Paesi, persino in alcuni membri dell’Eurozona. La risposta europea dovrebbe essere decisa e lungimirante, almeno per salvare il mercato unico e una serie di istituzioni e trattati: possibile ma non probabile.

Se invece vincesse il «Remain», le scelte dei leader europei sarebbero meno drammatiche nell’immediato — non dovrebbero affrontare una crisi politica, di mercato, di fiducia e forse di panico — ma ancora più delicate per il futuro: il rischio, in questo caso, è che i governi si tergano il sudore per il pericolo scampato e poi continuino come prima; visti i sentimenti correnti tra gli elettori del continente, ciò condurrebbe probabilmente verso separazioni future.

Questa settimana segna insomma l’ingresso nella fase più delicata della Ue dalla sua fondazione.

Che prima o poi il momento della grande decisione dovesse arrivare, per il Regno Unito, era forse inevitabile. Il Paese è europeo in modo diverso dal Continente, per storia, per idea e pratica della democrazia, per fonte dei diritti civili. Una differenza che non costituiva un ostacolo alla partecipazione a un mercato unico, ma che è diventata un elemento di distacco sempre maggiore via via che il Continente ha mosso passi verso livelli di integrazione fiscali e politici. Nel momento in cui l’Europa decise di procedere verso una moneta unica, il destino del Regno Unito probabilmente fu segnato: non solo non avrebbe mai scelto di partecipare a un progetto del genere; soprattutto, la divaricazione tra gran parte della Ue che si integrava, o diceva di volersi integrare, sempre più e Londra era destinata ad aumentare. Così è successo. Giovedì si tratta di stabilire se ai britannici bastano le garanzie che David Cameron e i suoi predecessori hanno ottenuto affinché il Paese non faccia alcun nuovo passo verso una maggiore integrazione oppure se l’ostilità verso la Ue, Bruxelles e l’idea di quello che viene chiamato «superstato europeo» porterà al divorzio anche formale.

GestioneTracciare scenari oggi è impossibile. Alcuni elementi certi, però, ci sono. Nel caso di vittoria del Leave, il momento più delicato sarà quello immediatamente successivo all’ufficializzazione del risultato. Le banche centrali di tutto il mondo, Bce in testa, sono pronte a intervenire con ogni mezzo per evitare una crisi di sistema. Immetterebbero liquidità in grandi quantità sui mercati, si coordinerebbero, farebbero sentire la loro voce autorevole. Se la situazione diventasse oltremodo negativa, ad esempio se la speculazione si concentrasse sui titoli di un Paese ritenuto debole, gli strumenti ora a disposizione di Mario Draghi potrebbero però non essere sufficienti. Ne servirebbero di nuovi, di emergenza, probabilmente in cooperazione tra la banca centrale e i governi. Tra venerdì e il weekend successivo, le autorità monetarie e politiche potrebbero trovarsi di fronte alla sfida della vita: la preoccupazione è alta, da Francoforte a Berlino, da Roma a Parigi, oltre che a Londra.

Una volta superata l’emergenza immediata, si porrebbe comunque il problema delle conseguenze di medio periodo nella Ue e nell’Eurozona. Altri Paesi sarebbero tentati di seguire la strada britannica di un referendum? Anche alcune Nazioni chiave come l’Olanda e l’Austria? Di fronte a un rischio del genere nel nocciolo della Ue e dell’Eurozona, i leader del Continente dovrebbero dare risposte forti, fornire una prospettiva ai cittadini per evitare di disfare la maglia europea tessuta in anni e anni.

Saranno in grado di farlo? E se anche nessun altro Paese prendesse la strada di un suo referendum, con l’uscita di Londra nella Ue cambierebbero i rapporti di forza. Berlino è già oggi preoccupata seriamente all’idea di perdere un frequente alleato con il quale in passato ha spinto per l’apertura delle economie e dei commerci e con il quale ha condiviso la necessità di riportare deficit e debiti sotto controllo dopo la crisi finanziaria: teme che posizioni di chiusura, più protezioniste, sostenute da una Francia in difficoltà serie, prendano il sopravvento. Nel caso peggiore, un’Europa che si spezza, nel caso migliore una Ue che cerca di cambiare.

Se vincerà il Remain, sarà naturalmente diverso. Il genio che racconta della crisi dell’Europa, non rientrerà però nella bottiglia. Nuove prospettive politiche saranno forse meno urgenti ma non meno necessarie.

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