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Brexit getta la Gran Bretagna nel caos, la May tira dritto

Theresa May continua a combattere per salvare l’accordo su Brexit e la sua poltrona. «Intendo andare fino in fondo», ha detto ieri la premier britannica, pur indebolita dalle dimissioni di due ministri-chiave e dalla minaccia di un voto di sfiducia.
«Credo con ogni fibra del mio essere che questo accordo rispetti l’esito del referendum e che sia il migliore accordo possibile, – ha detto la May al termine di una giornata campale –. Io ho lavorato nell’interesse nazionale e nessuno ha proposto un’alternativa che rispetti il voto e che eviti il ritorno a un confine vero tra le due Irlande».
Il colpo più grave per la May è arrivato ieri mattina, quando Dominic Raab, ministro responsabile di Brexit, ha dato le dimissioni per protesta contro l’accordo, seguito a stretto giro da Esther McVey, ministro del Lavoro e delle Pensioni e da tre sottosegretari.
«La mia coscienza non mi permette di sostenere i termini dell’accordo con la Ue – ha spiegato Raab nella sua lettera di dimissioni -. Nessun Paese democratico ha mai accettato di essere così vincolato da regole imposte dall’esterno senza la possibilità di avere alcuna voce in capitolo».
Raab era stato nominato ministro solo pochi mesi fa quando il suo predecessore David Davis aveva dato le dimissioni per protesta contro le proposte presentate dalla May a Chequers. Ieri sono circolate voci che la May lo avrebbe sostituito con Michael Gove, attuale ministro dell’Ambiente, che però avrebbe accettato solo a patto di negoziare un nuovo accordo con Bruxelles. La May ha respinto le voci. «Sono stata piuttosto impegnata oggi – ha scherzato – ma procederò alla nomina di un nuovo ministro responsabile di Brexit quanto prima».
Nonostante le dimissioni a raffica e le critiche all’accordo sia da parte di deputati conservatori che dell’opposizione laburista, la premier ha difeso l’intesa per oltre tre ore in Parlamento ieri. «Abbiamo dovuto prendere decisioni difficili e comprendo chi non è contento del compromesso raggiunto – ha detto -, ma questo è l’unico accordo che ci restituisce il controllo sui nostri confini, sulle nostre finanze e sulle nostre leggi e che tutela centinaia di migliaia di posti di lavoro che dipendono dal commercio con l’Unione Europea».
Il prossimo ostacolo da superare potrebbe essere il voto di fiducia. Jacob Rees-Mogg, leader del fronte pro-Brexit, ha firmato ieri la lettera di richiesta di un voto e ha apertamente chiesto l’elezione di un nuovo leader del partito. Servono 48 firme per far scattare il voto, che potrebbe tenersi già martedì prossimo, e 158 voti per costringere la May alle dimissioni.
Non bisogna sottovalutare la forza e la determinazione della premier, ha detto ieri Raffaele Trombetta, ambasciatore d’Italia nel Regno Unito: «Arrivare a 48 deputati e al voto di fiducia è possibile e anche relativamente facile, ma convincere la maggioranza dei deputati a votare la sfiducia alla premier è tutt’altro discorso».
Se la May resterà in sella, come probabile, dovrà superare l’ostacolo più arduo: riuscire a far approvare l’accordo da parte del Parlamento. I numeri per ora sono contro di lei. A Westminster però non c’è neanche una maggioranza favorevole a una “hard Brexit”, un’uscita dall’Unione Europea senza un’intesa che sarebbe deleteria per l’economia.
Si rafforza quindi l’ipotesi di un secondo referendum per uscire dall’impasse e anche per non arrivare a elezioni anticipate che solo i laburisti vogliono. Secondo un sondaggio YouGov condotto ieri, dopo l’approvazione da parte del Governo dell’accordo su Brexit mercoledì sera, il 59% degli interpellati è favorevole a un nuovo referendum. Il sondaggio rivela anche che il 54% degli elettori voterebbe a favore di restare nella Ue e il 46% per Brexit.

Nicol Degli Innocenti

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