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Brexit, effetto ritardato sul Pil di Londra

L’ultimo budget dell’era pre-Brexit svela tutti i paradossi della congiuntura britannica. I timori di un crollo dell’economia sulla scia del divorzio anglo-europeo si sono confermati largamente esagerati nella tempistica, ma presto il cielo là fuori si farà nuvoloso. Per questo il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond ha annunciato al paese che è ora di fare provviste.
L’onda del recesso britannico dall’Unione è più lunga di quanto immaginato e nell’ultima finanziaria di primavera – d’ora in avanti l’appuntamento con i conti dello Stato sarà solo in autunno – Philip Hammond ha annunciato che la crescita nell’anno fiscale 2017-2018 sarà del 2%, lo 0,2% in meno di quanto previsto lo scorso anno, ma lo 0,6% in più di quanto stimato nel novembre scorso.
Il morso dell’addio anglo-europeo non s’avverte ancora, ma l’appuntamento – secondo l’Office for Budget responsibility istituto semi-pubblico che analizza il bilancio – è spostato in là di qualche anno con previsioni di crescita fra il 2018 (più 1,6%) e il 2020 inferiori alle stime precedenti. Una crescita solida abbastanza, comunque, per consentire al Tesoro di promettere teorici accantonamenti di 26 miliardi di sterline. È quanto il governo prevede di “risparmiare” chiudendo i prossimi bilanci con deficit inferiori al previsto tetto del 2% fino al 2021.
Uscirà dalle pieghe di questo “tesoretto” il fondo per la Brexit, danari sfilati da un reinterpretato calcolo sul disavanzo e sottratti all’abbattimento del debito. Danari da tenere a disposizione per quei giorni difficili che la Brexit porterà sul Regno di Elisabetta.
L’alba, secondo Standard & Poor’s, in realtà è già arrivata. Il calo dei consumi interni e il rallentamento della domanda di credito da parte delle imprese, per gli economisti dell’agenzia di rating sono segnali evidenti di un rallentamento già cominciato. La sterlina ha reagito alla cauta impostazione impressa dal Cancelliere dello Scacchiere alla dinamica della finanza pubblica con un calo dello 0,3% sul dollaro.
Il budget ha confermato la crescita del debito pubblico che arriverà all’88,8% del Pil quest’anno prima di cominciare a rinculare per toccare, alle soglie del secondo decennio del secolo, l’83 per cento dell’economia nazionale. Torna anche l’inflazione che sfonderà nei prossimi mesi il target del 2% per attestarsi al 2,4 per cento. L’occupazione è aumentata dal 70,2% al 74,6% a conferma che la Gran Bretagna continua a restare un’economia dinamica. Per ora, perché nelle parole e nelle misure annunciate dal Cancelliere non è mancata la cautela. «Questo budget – ha detto – ci prepara per avviare al meglio una stabile piattaforma negoziale». Poi ha riaffermato la volontà di fare della Gran Bretagna «il posto migliore per sviluppare business».
Un’iperbole, francamente, nell’epoca della Brexit con le banche che già smobilitano e le imprese dell’automotive quantomai incerte sui prossimi investimenti.
Nella finanziaria illustrata ieri non sono state decise nuove misure a favore delle imprese, ma è stata confermata la riduzione della corporate tax al 19% da quest’anno e al 17% dal 2020.
È stato invece deliberato un forte, inatteso rialzo sui contributi previdenziali per i lavoratori autonomi, mentre è stata aumentata la tassazione per chi opera attraverso società. Sgravi fiscali, infine, ai pub, un pezzo di storia del Regno in rapida decadenza. Il ridotto balzello aiuterà ma non abbastanza, crediamo, per invertire il veloce declino di un’istituzione nazionale.

Leonardo Maisano

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