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Brexit, così il rinvio a ottobre complicherà la vita dell’Unione

Dopo una lunga trattativa e una decisione sofferta, i Ventisette hanno rinviato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea di altri sei mesi. Hard Brexit non è quindi più una minaccia impellente. Eppure il compromesso raggiunto nella notte tra mercoledì e giovedi è carico di incertezze, a cominciare dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che il Regno Unito sarà chiamato a organizzare, nonostante abbia un piede fuori dall’Unione.

«Ci siamo messi d’accordo per un rinvio flessibile fino al 31 ottobre», ha spiegato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. «Sei mesi in più per trovare la migliore soluzione possibile». In questo periodo, ha precisato l’ex premier polacco, «il Regno Unito potrà ratificare l’intesa di divorzio, in quel caso il rinvio verrebbe annullato» oppure «revocare del tutto la decisione di lasciare l’Unione». Il governo May aveva chiesto un rinvio, il secondo in poche settimane, fino al 30 giugno.

I rischi per il voto europeo…

In questo periodo, la Gran Bretagna rimarrà paese membro a pieno titolo dell’Unione e dovrà quindi organizzare sul proprio territorio le prossime elezioni europee. Parlando a notte fonda qui a Bruxelles, la premier May ha ribadito che il suo obiettivo rimane comunque di far approvare l’accordo di recesso il più velocemente possibile per consentire al paese di uscire dall’Unione europea il 22 maggio, per evitare di dover organizzare il voto europeo del 23-26 maggio.

Con una riunione straordinaria di otto ore, i Ventisette hanno evitato un hard Brexit che altrimenti si sarebbe concretizzato oggi a mezzanotte, dopo che Westminster ha bocciato per tre volte l’accordo di recesso negoziato tra Londra e Bruxelles in questi ultimi due anni. Il peggio è stato scongiurato, ma l’intesa comporta alcuni rischi e ha provocato notevoli dissapori. I primi riguardano le prossime elezioni europee e i lavori comunitari; le seconde concernono in primis il rapporto franco-tedesco.

Come detto, il governo May dovrà organizzare le elezioni europee sul territorio britannico nel pieno rispetto dei Trattati, se ancora nell’Unione il 22 maggio. Tecnicamente, l’operazione è semplice. Varrà l’assetto attuale del Parlamento europeo a 751 membri. Una volta che il paese sarà uscito dall’Unione, l’assemblea applicherà la riforma legata a Brexit che prevede 705 deputati. I deputati inglesi tornerebbero a casa e 14 paesi sarebbero costretti a chiamare a Strasburgo alcuni non eletti (l’Italia, tre).

Politicamente la questione è più delicata. Il Parlamento potrebbe avere due diversi assetti durante la stessa legislatura, con equilibri politici potenzialmente differenti. Dati per vittoriosi in Gran Bretagna, i laburisti potrebbero rafforzare il gruppo socialista, il quale al momento di Brexit subirebbe però una netta decurtazione, rispetto a popolari e liberali. «I Ventisette hanno ritenuto più importante la sicurezza giuridica che il fattore politico», analizza un diplomatico.

… e quelli per i lavori comunitari

Il comunicato del vertice straordinario stila condizioni rigorose. Il Regno Unito deve comportarsi in modo «costruttivo e responsabile» durante i prossimi sei mesi. Il presidente Tusk ha spiegato che Londra «manterrà tutti i suoi diritti e tutti i suoi obblighi». Il governo britannico «dovrà asternersi da qualsiasi comportamento che possa compromettere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione, in particolare quando partecipa ai processi decisionali dell’Unione».

Si temono eventuali veti inglesi. Diplomatici a favore del rinvio lungo fanno notare che molte delle prossime scelte richiedono comunque solo la maggioranza qualificata, comprese le nomine istituzionali in scadenza a fine anno. Il solo importante dossier che richiede l’unanimità è il bilancio settennale, la cui approvazione avverrà nel 2020. Ciò detto, le conclusioni prevedono che i Ventisette possano incontrarsi con la Commissione europea per discutere senza Londra del futuro dell’Unione.

La scadenza del 31 ottobre, sostiene un negoziatore, è il frutto di «un difficile compromesso che rende più difficile un ulteriore rinvio» perché ha messo in luce divisioni tra Germania e Francia: 19 capitali erano a favore di una proroga lunga tra cui Berlino; sette erano incerti; e una, Parigi, a favore di un rinvio corto, per paura che la perdurante presenza inglese inquinasse il lavoro comunitario. Revanscismo anti-inglese? I prossimi mesi ci diranno se la Francia aveva ragione.

Beda Romano

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