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Brexit, coro di «no» per Theresa May

Rimbalzata da Westminster, Theresa May è andata a sbattere contro il muro europeo. Ieri la premier britannica si è impegnata in un carosello di incontri in diverse capitali continentali, con l’obiettivo di strappare qualche concessione sull’accordo per la Brexit che le consentisse di superare l’opposizione in patria: ma si è scontrata con un coro di no che non lascia presagire nulla di buono. E a Londra viene data per imminente, forse già oggi, una mozione di sfiducia contro di lei da parte dei ribelli conservatori.

L’incontro cruciale è avvenuto a Berlino, con Angela Merkel, l’unica che avrebbe potuto dare un impulso politico a un’eventuale volontà di venire incontro alla May. Ma la cancelliera tedesca è stata categorica: e ha escluso che ci fosse spazio per rinegoziare l’accordo raggiunto a novembre fra Londra e Bruxelles. L’unica cosa possibile, ha detto, è fornire a Londra delle «rassicurazioni»: anche se in fin dei conti si è mostrata ottimista sul fatto che alla fine nessuno vorrà rischiare un no deal, ossia una Brexit a precipizio.

Sulla stessa linea il capo della Commissione Jean-Claude Juncker, incontrato in serata a Bruxelles assieme al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: possono essere fornite delle «chiarificazioni», ha spiegato, ma «non c’è alcuno spazio di manovra per rinegoziare il Trattato».

Non ci saranno ulteriori aperture sull’accordo di uscita del Regno Unito dall’Ue. Non vedo possibilità di modifiche

Ieri avrebbe dovuto essere il giorno dell’approvazione a Westminster del testo dell’accordo: ma invece Theresa May è stata costretta a questo umiliante pellegrinaggio, dopo aver dovuto rinviare il voto all’ultimo minuto, quando era diventato evidente che sarebbe andata incontro a una pesante sconfitta.

Ciò che risulta inaccettabile a una larga fetta degli stessi conservatori è il cosiddetto «backstop» nordirlandese: un «freno di emergenza» che terrebbe il Regno Unito allineato ai regolamenti all’Unione Europea per evitare il ritorno a un confine fisico tra le due Irlande. Una situazione che rischia però di diventare permanente e intrappolare Londra in una sorta di vassallaggio verso la Ue: insomma, una finta Brexit che non soddisfa nessuno.

Theresa May sperava di ottenere delle concessioni su questo fronte per ripresentarsi a Westminster a gennaio con migliori chance di far passare il suo compromesso: ma sembra destinata a tornare indietro a mani vuote. Anche l’incontro di oggi a Dublino col premier irlandese difficilmente produrrà dei frutti: Leo Varadkar ha già detto ieri che è escluso «un compromesso sulla sostanza o sulla lettera del backstop». E ha indicato due possibili strade alla May: estendere la data della Brexit o revocarla del tutto.

La situazione è ormai di stallo: e questo potrebbe indurre i ribelli conservatori euroscettici a rompere gli indugi. Già oggi potrebbe arrivare l’annuncio che sono giunte a destinazione le fatidiche 48 lettere di deputati necessarie per lanciare una sfida alla leadership della May. Ma anche un nuovo primo ministro, chiunque sia, si troverebbe ad affrontare la stessa impossibile quadratura del cerchio. Man mano che passano i giorni, si fanno più verosimili le due ipotesi estreme: no deal o no Brexit, magari passando attraverso un secondo referendum.

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