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Su Brexit c’è un testo di accordo e May cerca il sì dei suoi ministri

Il grande azzardo di Theresa May e di un intero Paese è iniziato ufficialmente ieri sera. La premier britannica ha convocato i suoi ministri a Downing Street. Uno a uno. Una tattica “divide et impera” perché i componenti euroscettici del governo britannico (almeno nove), secondo un deputato conservatore, sono «bravi nel branco, malleabili da soli». A ognuno è stata fatta visionare la bozza di accordo tra Regno Unito e Unione Europea sulla Brexit, lunga oltre 500 pagine e frutto di mesi di negoziazioni durissime degli sherpa. I ministri non hanno potuto portare nemmeno una copia a casa. Solo vedere, studiare ed essere pronti per il decisivo consiglio dei ministri di oggi.
È un azzardo quello di May perché si sta giocando tutto, incluso il futuro del Regno Unito. La premier britannica ha in tasca una bozza di accordo per far uscire Londra dall’Europa in maniera controllata entro il 29 marzo 2019, altrimenti sarà “no deal”, nessun accordo, cioè addio tranchant a Bruxelles e conseguenze economiche e sociali potenzialmente catastrofiche. Si sa poco di questo accordo, nel dubbio la sterlina è risalita. Da quel che filtra dovrebbe essere un patto più europeista delle bozze passate: si parla di una tutela “ incrociata” dei cittadini dei due blocchi, del Regno Unito in un’unione doganale e una sorta imprecisata di mercato comune Ue durante e oltre il periodo di transizione ( 30 marzo 2019 — 31 dicembre 2020). Possibile anche un backstop, cioè un regime con regole “ europee” (non si sa quanto lungo e con quali regole) per l’Irlanda del Nord fino a quando non sarà trovata una soluzione a lungo termine.
Perché è questo il punto cruciale che ha ingolfato tutti i negoziati sinora. L’Europa vuole a tutti i costi il confine più invisibile possibile tra le due Irlande per preservare gli accordi del Venerdì santo (1998) e la pace sull’isola. Il Regno Unito però teme così di spaccarsi, essendo costretto a dover porre un’ulteriore frontiera tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna dopo l’uscita dall’Ue. Per questo ieri i deputati per la Brexit dura e pura del partito conservatore di May sono saltati sul tavolo. Temono che la premier abbia svenduto l’unità nazionale all’Europa. Boris Johnson ha parlato di “cronaca di una morte annunciata”, il vetusto Jacob Rees- Mogg di “vassallaggio verso Bruxelles”.
Il problema è che May pare terribilmente sola. Prima deve superare l’arduo esame del consiglio dei ministri di oggi, tamponando l’emorragia di ribelli e dimissionari, ultimo l’europeista Jo Johnson, fratello di Boris. Sia i “Brexiteers” sia i ministri pro- Ue ( che temono la frantumazione del Regno) sembrano insoddisfatti. Dovesse farcela, dopo l’intesa tecnica, May dovrebbe strappare il sì dell’Europa ( che oggi riunirà i suoi 27 ambasciatori) in un consiglio Ue probabilmente il 25 novembre, secondo fonti di Londra e Ue. Poi arriverebbe il giorno del giudizio: il voto alla Camera dei Comuni britannica.
Qui sta l’impresa, quasi impossibile, di May. Fonti del partito conservatore parlano di “almeno 60 ribelli che le voteranno contro” in Parlamento. May spera nella stampella dei laburisti “ responsabili” e vuole metterli alle corde offrendo, come sembrerebbe, unione doganale e un mezzo mercato comune Ue, per cui il vice di Corbyn, il “ marxista” John McDonnell, si era detto favorevole. Ma Corbyn ieri ha soffocato immediatamente ogni tentazione, anche perché il suo obiettivo prioritario è far cadere May e andare al potere: «Pare un cattivo accordo » . Ci sarebbero decine di laburisti moderati che sosterrebbero May pur di far un dispetto al leader ed evitare un brutale “no deal”. Ma non bastano a May per avere una maggioranza in Parlamento. Anche perché il Dup, il partitino unionista nordirlandese che la sorregge nel suo governo di minoranza, ieri sera si è detto scettico su un accordo che dividerebbe la regione dalla Gran Bretagna. Insomma, la premier oggi verrebbe sconfitta e umiliata in Parlamento. Ma l’azzardo di May è proprio questo: arrivare all’ultimo e dire “ votate il mio accordo o sarete responsabili dell’imminente disastro”. La nuova data limite è il 1 dicembre, dopo di quella si penserà solo al no deal, ha avvertito i suoi la premier. Un aut- aut dalle conseguenze ignote, per tutti. Di fronte al baratro, forse qualcuno tornerà indietro.

Antonello Guerrera

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