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Brexit: Barnier vede Merkel La Ue preme per un piano B

A 60 giorni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione prevista il 29 marzo, i Ventisette continuano a fare pressione sul governo di Theresa May perché proponga una alternativa a un hard Brexit dopo che Westminster ha bocciato l’accordo di divorzio negoziato tra Londra e Bruxelles. Fa paura l’ipotesi di posticipare l’uscita senza obiettivi chiari, tanto che nel frattempo non vi è Paese membro che non si prepari a una eventuale uscita disordinata della Gran Bretagna dall’Unione.
Ieri la commissione del Parlamento europeo responsabile delle trattative con la Gran Bretagna ha esortato il governo May a chiarire la sua posizione. L’establishment comunitario rimane unito nel respingere modifiche all’accordo di recesso. Non intende introdurre limiti temporali al paracadute irlandese, come invece chiesto da Londra. Lo stesso paracadute prevede che dopo Brexit, e in assenza di un accordo di partenariato, la Gran Bretagna faccia parte dell’unione doganale.
Nel frattempo, il capo-negoziatore comunitario Michel Barnier si è recato ieri in Germania per incontrare la cancelliera Angela Merkel. Prima della sua conversazione con la signora Merkel a Berlino, l’uomo politico francese ha parlato con il segretario di stato agli Esteri Andreas Michaelis che su Twitter dopo l’incontro è stato particolarmente diplomatico: «Cosa succederà ora con Brexit? Una cosa è sicura: l’Unione europea parla con una voce sola».
In una intervista alla radio pubblica tedesca, sempre Michel Barnier ha respinto due recenti richieste del governo May: mettere un limite temporale al paracadute irlandese e immaginare di risolvere la questione del confine tra le due Irlande con un accordo bilaterale del Regno Unito con la Repubblica d’Irlanda. Con Brexit, ha ribadito il capo-negoziatore, la frontiera tra le due Irlande diverrà un confine esterno dell’Unione, tale quindi da avere un impatto su tutti i Paesi membri.
In questo momento l’unità dei Ventisette non sembra a rischio, ma alcuni diplomatici qui a Bruxelles si chiedono se questa possa durare: «Quanto più si avvicinerà la data del divorzio, tanto più aumenteranno le tensioni in assenza di un accordo», nota un negoziatore. In ballo ci sarà l’ipotesi di allungare il periodo di due anni tra la data di notifica dell’uscita e la data dell’effettiva uscita del Paese dall’Unione. Due le condizioni, secondo i Ventisette: una scadenza precisa e un obiettivo definito.
Alcuni diplomatici si chiedono ad alta voce se un hard Brexit non possa rivelarsi in fondo il minore dei mali tanta è la paura di trascinare la questione, provocando anche incertezze politiche e giuridiche in un anno segnato dal rinnovo del Parlamento europeo a fine maggio. In questo contesto, la Commissione europea sta visitando con una propria delegazione i Paesi membri per toccare con mano il livello dei preparativi e offrire eventuali suggerimenti.
Intanto, lo sguardo qui a Bruxelles corre al prossimo 29 gennaio quando Westminster dovrà discutere e votare una alternativa all’accordo di divorzio bocciato il 15 gennaio scorso. Sembra che non mancheranno gli emendamenti parlamentari, alcuni dei quali in contraddizione l’uno con l’altro. È da ricordare comunque che la premier May ha tempo fino al 26 febbraio per ottenere un benestare parlamentare su una intesa di recesso.

Beda Romano

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