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Brexit: «Prima accordo, poi libero scambio»

Per la seconda volta in meno di una settimana, l’establishment comunitario ha lanciato un messaggio perentorio alla Gran Bretagna: qualsiasi futuro accordo di libero scambio tra Londra e Bruxelles deve essere preceduto da una intesa sul divorzio. La presa di posizione del Parlamento europeo è giunta ieri, mentre da Londra la premier Theresa May è sembrata ammorbidire i toni sulla libera circolazione delle persone nella fase di applicazione del futuro accordo di divorzio.
Il Parlamento europeo ha approvato ieri a Strasburgo una attesa risoluzione in cui ha elencato le sue priorità nel negoziato tra Londra e Bruxelles che dovrebbe iniziare entro inizio giugno: in particolare, i diritti dei cittadini europei e il rispetto degli impegni finanziari presi dalla Gran Bretagna nei confronti dell’Unione. I voti a favore della risoluzione sono stati 516, i voti contrari 133 e le astensioni 50. L’assemblea parlamentare sarà chiamata ad approvare l’accordo di divorzio.
Il presidente del Consiglio europeo Donal Tusk ha trasmesso ai Ventisette il 31 marzo scorso le linee-guida negoziali da usare nelle trattative. Queste verranno approvate dai capi di Stato e di governo il 29 aprile. Nelle sei pagine preparate dal Consiglio europeo è precisato che l’obiettivo dei partner della Gran Bretagna è di aver compiuto «sufficienti progressi» sul divorzio, prima di discutere del futuro accordo di libero scambio con Londra.
Come il Consiglio europeo, anche il Parlamento europeo crede nella necessità di trattative in due fasi, a differenza di Londra. Su questo fronte, il capo negoziatore dei Ventisette Michel Barnier ha spiegato ieri in aula: «Il governo britannico sta spingendo per negoziati paralleli sul divorzio e sul futuro partenariato. Questo approccio è molto rischioso. Per avere successo, invece, dobbiamo al contrario riservare la prima fase dei negoziati esclusivamente alla ricerca di una intesa sui principi dell’uscita».
Nel suo discorso, Barnier ha spiegato che l’obiettivo dei Ventisette non è di avere la meglio su Londra. È convinto piuttosto che sia necessario un iter in due fasi per creare fiducia tra le parti: «L’unità è essenziale (…) anche per il nostro partner britannico. Alla fin fine, se l’Unione non è unita non ci sarà accordo. Se non ci fosse intesa le conseguenze sarebbero pesanti, in particolare per il Regno Unito, ma anche per l’Unione. Ecco perché uno scenario senza accordo non è il nostro scenario».
Il 29 marzo scorso, la Gran Bretagna ha ufficialmente notificato di voler lasciare l’Unione dopo 44 anni di partecipazione alla costruzione europea. In passato, la premier Theresa May si era detta pronta a divorziare addirittura senza accordo. Ieri la signora May è sembrata più possibilista, in particolare sulla libera circolazione delle persone, notando la necessità di una fase di transizione nell’applicazione dell’accordo di divorzio.
«Non parlo di transizione – ha detto la premier – ma di implementazione degli accordi. Quando avremo l’intesa per il futuro rapporto con l’Unione sarà necessario avere un periodo durante il quale imprese e governi troveranno gli strumenti per adeguarsi alla nuova realtà, un periodo di tempo durante il quale il deal (raggiunto con Bruxelles, Ndr) sarà messo in atto». Da mesi la confederazione delle imprese britanniche (Cbi) mette in guardia dai rischi di una “serrata” ai confini per il mondo produttivo.
Tornando al voto di ieri a Strasburgo, il Parlamento europeo ha messo l’accento sulla necessità che, in un accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Regno Unito, quest’ultimo dovrà rispettare gli standard ambientali, sociali e fiscali dell’Unione. «La Gran Bretagna dovrà anche abolire i paradisi fiscali nei Caraibi, come le Isole Cayman o le Isole Vergini», che sono territori britannici d’Oltremare. Great Britain, ha affermato il deputato ecologista tedesco Sven Giegold.
Durante il dibattito parlamentare, molti parlamentari hanno cercato di raffreddare gli animi sul futuro di Gibilterra. La Spagna vuole un potere di veto sull’applicazione del futuro accordo di libero scambio nel territorio d’Oltremare britannico. Negli ultimi giorni, un politico inglese ed esponente del partito conservatore della signora May, Michael Howard, ha avvertito che Londra sarebbe pronta a mandare la Royal Navy pur di difendere la rocca la cui sovranità britannica non è riconosciuta da Madrid.

Beda Romano

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