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Brevetto unico Ue, il debutto si allontana

Debutto rinviato per il brevetto unico europeo. L’Italia, per ora, resta fuori dal gioco di squadra e il Governo prende tempo, mentre Confidustria rinnova l’appello ad aderire, sottolineando i vantaggi per le imprese e per i conti pubblici.
Il via alla tutela della proprietà intellettuale senza frontiere era previsto per il prossimo aprile, ma i tempi si allungano. «Contiamo di rilasciare i primi tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015», afferma il presidente dell’Epo, l’Ufficio europeo dei brevetti, Benoît Battistelli, spiegando che per l’operatività è necessaria la ratifica di almeno 13 Paesi dell’accordo inter-governativo sulla creazione di un tribunale unico che gestirà le eventuali controversie. Finora solo l’Austria l’ha fatto, mentre Francia e Belgio stanno scaldando i motori.
La posizione italiana
In base al pacchetto approvato nel dicembre 2012 da Consiglio Ue ed Europarlamento con una sola pratica all’Epo, con sede a Monaco di Baviera, le imprese potranno richiedere una tutela targata Ue e proteggere le loro invenzioni con le stesse regole in 25 Paesi senza dover contemporaneamente ottenere un riconoscimento nazionale, come invece avviene oggi. «L’introduzione del brevetto unico Ue – spiega Battistelli – è un traguardo importante per il mercato interno dopo 40 anni di sforzi. Per le imprese porterà a una riduzione dei costi di circa il 70%, con vantaggi specifici per Pmi ed enti di ricerca». Il deposito potrà avvenire nella lingua madre dell’azienda, alla quale bisognerà far seguire entro un mese una traduzione in inglese, francese o tedesco. La protezione non sarà valida in Italia e Spagna, che non hanno aderito alla cosiddetta “cooperazione rafforzata” e hanno presentato ricorso alla Corte di Giustizia Ue (respinto lo scorso aprile), perché le loro lingue non erano state inserite tra quelle ufficiali del brevetto. Roma ha però detto sì all’accordo sul Tribunale unico. Le aziende innovative del made in Italy potranno così cogliere solo in parte i vantaggi del nuovo strumento: potranno chiedere la protezione europea, ma per renderla valida in Italia dovranno registrarsi anche all’Ufficio marchi e brevetti. «Per usare una metafora calcistica – dice Battistelli – sono convinto che l’Italia intenda giocare nella Coppa dei campioni aderendo al brevetto unico per evitare un handicap alle sue imprese».
Il Governo per ora resta alla finestra in attesa di nuovi sviluppi. «Sul nuovo sistema – si legge nella relazione programmatica 2014 sulla partecipazione dell’Italia alla Ue – è in corso una complessa attività di valutazione a livello governativo che dovrà tenere conto delle indicazioni parlamentari e delle differenziate posizioni degli agenti economici interessati». Il Senato si è espresso a favore dell’adesione alla “cooperazione rafforzata” lo scorso luglio con una risoluzione in cui si chiede di «porre in essere tutte le azioni necessarie» per procedere. «Restare fuori – afferma Vannino Chiti, presidente della commissione politiche europee – penalizzerebbe la nostra industria. Era giusto sollevare la questione linguistica, ma adesso occorre prendere atto della pronuncia della Corte Ue e aderire». Alla Camera, invece, per il momento non c’è una posizione unitaria. «Abbiamo sentito il parere delle parti coinvolte – sottolinea Michele Bordo, presidente della commissione politiche europee – e contiamo di esprimere un atto di indirizzo politico entro giugno».
Le stime
Confindustria ribadisce l’appello al Governo affinchè l’Italia partecipi alla “cooperazione rafforzata” e accende i riflettori sui vantaggi per le aziende e lo Stato. L’adesione al nuovo sistema – si legge nell’analisi di impatto pubblicata da Viale dell’Astronomia – consentirebbe alle imprese di risparmiare a regime circa 14 milioni di euro all’anno: oltre 9 milioni derivanti dalla necessità di non ricorrere a due protezioni separate (in Italia e in Europa) e dall’assenza di cause brevettuali parallele nel nostro Paese e nel resto della Ue, quantificatibile in quasi 5 milioni all’anno. Per lo Stato il vantaggio sarebbe di circa 23 milioni annui: la partecipazione alla divisione delle tasse sui brevetti unitari (circa 42 milioni all’anno) compenserebbe infatti la diminuzione degli introiti delle validazioni in Italia dei brevetti tradizionali (stimata in quasi 19 milioni annui). Senza contare altri possibili risvolti positivi per il sistema Paese. Tra questi il documento cita i previsti rimborsi dei costi di traduzione per le Pmi che dovrebbero incentivare le “piccole” a fare ricerca. Ma anche una semplificazione delle attività brevettuali, un contenzioso rapido ed equo (circa cinque volte minore rispetto a quello presso una corte nazionale in Italia) e uno stimolo a brevettare di più. «Non aderire – conclude Paolo Markovina, patent manager di Electrolux e presidente dell’Aicipi (Associazione italiana dei consulenti ed esperti in proprietà industriale) – rischierebbe di scoraggiare non solo le imprese innovative italiane, ma anche le multinazionali che investono in Italia».
In attesa del nuovo strumento, nel 2013 l’Epo ha ricevuto 265mila domande di brevetto europeo (non unitario), il 2,8% in più rispetto al 2012. Di queste 66mila sono state accolte. A guidare la classifica è la Germania, mentre dalle imprese italiane ne sono arrivate circa 4.700.

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