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Brevetti e marchi, sulla detassazione il nodo ricerca

La tassazione agevolata sui redditi da brevetti e marchi scalda le imprese e gli studi legali. Dopo la conversione in legge del decreto su banche e investimenti, che ha modificato il regime noto come “patent box”, si attende solo il provvedimento attuativo del ministero dello Sviluppo economico, cruciale per capire la reale portata di questo strumento.
Secondo prime anticipazioni il testo, che in questi giorni lo Sviluppo invierà all’Economia per il concerto, dovrebbe contenere una definizione ampia dei costi di ricerca che possono essere calcolati ai fini della definizione del beneficio. Il “patent box” è la detassazione (del 30% nel 2015, del 40% nel 2016 e del 50% dal 2017, ) dei redditi derivanti dall’utilizzo di beni intangibili prodotti da attività di ricerca e sviluppo: brevetti industriali, marchi (anche commerciali), opere dell’ingegno, disegni e modelli. Il regime opzionale ha durata quinquennale, rinnovabile, ed è strettamente legato alla ricerca. La quota di reddito agevolabile, infatti, è determinata sulla base del rapporto tra i costi di R&S per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale e i costi complessivi sopportati per produrre quel bene. «È chiaro – fa notare Francesco Fratini, socio fondatore dello studio Fratini & Associati – che quanto più ampia sarà l’area dei costi di R&S computabili tanto più il beneficio sarà appetibile per le imprese». Sulla stessa linea anche Enzo Mazza, presidente del comitato sulla proprietà intellettuale della Camera di Commercio Americana in Italia: «Il patent box è una norma a lungo attesa, opportunamente rafforzata in Parlamento con l’estensione a tutte le tipologie di marchi, e potrà applicarsi anche alle opere di ingegno come i prodotti dell’audiovisivo e dell’editoria, caso unico in Europa. Ma è chiaro che per pesarne l’efficacia sarà importante capire se i costi di ricerca ammissibili si limiteranno a quelli già indicati per il credito di imposta sugli investimenti in R&S o se avranno una maggiore estensione».
Si tratta di un punto cruciale, insomma, sia per le imprese sia per gli studi legali che le supporteranno nelle operazioni da agevolare. Su questo argomento, in attesa di conoscere nel dettaglio il decreto attuativo, giungono in queste ore rassicurazioni dal ministero dello Sviluppo. Non si useranno come riferimento la normativa del credito d’imposta né probabilmente il regolamento Ue 651 del 2014, ma le linee guida dell’Ocse che consentiranno di tener conto della ricerca e sviluppo in senso stretto ma anche di una serie di costi “impliciti” dell’innovazione legati a marchi, disegni, modelli, opere dell’ingegno anche con riferimento anche ad alcune operazioni infragruppo.
Ne varrà del successo dell’intera normativa. Così come determinante sarà la disciplina relativa al «ruling». «La detassazione prevista dal governo sta generando grande interesse tra gruppi e società, a partire da quelli operanti nel biotech e nel lusso – spiega Fratini – Ma c’è una potenziale criticità relativa all’obbligo di attivare una procedura di ruling internazionale davanti all’Agenzia delle Entrate nel caso di utilizzo diretto (e non di concessione in uso, ndr) dei beni immateriali da parte delle imprese». La procedura rischia di essere eccessivamente lunga – anche più di un anno- e costosa per le imprese. Di qui la proposta di un percorso alternativo da concordare con l’Agenzia delle Entrate: «Il reddito derivante dall’utilizzo diretto dei beni immateriali e i relativi costi – dice Fratini – potrebbero essere predeterminati in un ammontare minimo definito dall’Agenzia con le diverse associazioni di categoria delle imprese. In questo modo si individuerebbe una royalty “implicita” o “nozionale” da scorporare dal prezzo di vendita del bene o del servizio. Poi spetterebbe alla singola impresa decidere se applicare queste percentuali oppure attivare il ruling per ottenere delle percentuali diverse, caso per caso».

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