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Brasile, fine del miracolo e ora l’economia è a un punto di svolta

Pareva vigorosa e senza fine. Invece la lunga galoppata dell’economia brasiliana si è trasformata in “piccolo trotto”.
Il Brasile, guidato da Dilma Rousseff e prima da Inacio Lula da Silva, ha inanellato record su record ma ora rallenta. «È fisiologico», dicono gli economisti di sinistra che lo hanno sostenuto. «È la fine del modello lulista», dicono gli altri, quelli di destra.
Il rallentamento più vistoso è stato quello del 2012, con uno Pil cresciuto solo dell’1%, in forte caduta rispetto al 2,7% del 2011. Per quest’anno è previsto un “rimbalzo” al 2,5%, ma gli ultimi dati, quelli relativi al terzo trimestre 2013, indicano una nuova flessione.
La piccola crisi che vive l’economia brasiliana, piccola perché non comparabile con quella dei Paesi europei, intreccia aspetti economici e politici. I fattori vincenti, che hanno favorito il boom degli anni Duemila si sono parzialmente attenuati. Grazie alla stabilità macrofinanziaria l’ex presidente Lula ha saputo coniugare rigore e sviluppo: bassa inflazione e investimenti infrastrutturali, aumento dell’occupazione e miglioramento dei servizi sociali.
Insomma una quadratura del cerchio che ha strappato 30 milioni di brasiliani alla povertà e li ha trasformati in consumatori. Ora però questa spinta propulsiva si è parzialmente esaurita.
Il nodo valutario
Negli ultimi anni la sopravvalutazione del real, la moneta brasiliana, ha avuto effetti perniciosi sulle esportazioni: gli effetti che i testi sacri dell’economia sanno prevedere e che si esplicitano in due-tre anni, si sono puntualmente verificati. Ora il real è stato svalutato, ma troppo tardi per evitare un palese rallentamento dell’economia.
Un po’ di background. Dal 2010 in avanti il presidente Lula, ma anche il ministro delle Finanze Guido Mantega, sono intervenuti a più riprese per allertare la comunità internazionale sui pericoli di una “guerra delle valute” che penalizzava troppo l’economia del Brasile. Un real troppo forte rispetto al dollaro e allo yuan cinese non avrebbe consentito all’economia di continuare una marcia a ritmi sostenuti. Da qui la scelta di Lula, quattro anni fa, proseguita poi dall’attuale presidente Dilma Rousseff, di innalzare i dazi sulle importazioni e di introdurre misure protezionistiche.
La sopravvalutazione del real ha addirittura spinto i diplomatici brasiliani a sottoporre il caso alla Wto, che avrebbe dovuto intervenire e proporre modifiche normative. Provvedimenti revocati in seguito alla progressiva svalutazione del real: Mantega ha annunciato che entro breve ridurrà i dazi all’importazione su oltre 100 prodotti industriali. «Scenderanno all’8-10% dall’attuale 25% e ciò dovrebbe consentire un aumento della competitività e una riduzione del costo del lavoro».
La lista dei settori interessati alla riduzione dei dazi è ampia: acciaio, vetro, chimica, tessile, carta, derivati del petrolio, alimentari e macchinari. Un’inversione di tendenza che potrebbe comportare maggiore competitività e quindi produttività. Si archivia quindi quella fase protezionistica che secondo alcuni avrebbe qualche responsabilità nell’attuale contrazione dell’economia.
Le enormi dimensioni del mercato interno brasiliano, 200 milioni di abitanti, e la necessità di aumentare le opere infrastrutturali sono elementi che renderebbero plausibile un ritorno a una ripresa più sostenuta. L’inflazione, che negli ultimi anni ha rialzato la testa, ne è la minaccia più aperta.
La crisi sociale
L’altra faccia della crisi è quella sociale. I brasiliani hanno espresso tutta la loro insofferenza nei confronti della presidenza per una serie di temi critici: l’inflazione, l’istruzione, la sanità e la distribuzione dei redditi ancora troppo ineguale.
Lo scorso giugno il momento più critico: nelle settimane del torneo internazionale di calcio, la Confederations Cup, disputato a Rio de Janeiro, Fortaleza, San Paolo, Recife, Porto Alegre, Belo Horizonte, Salvador, è esplosa la furia delle proteste di piazza.
Un pretesto, l’aumento del prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, ha scatenato l’ira di decine di migliaia di brasiliani, tanto da costringere il governo a schierare i corpi scelti della polizia per evitare che i disordini sfociassero in un coinvolgimento della comunità sportiva internazionale che disputava il campionato in corso.
Uno degli slogan più urlati era: “Copa pra quem?”, la Coppa per chi? Sì perché le risorse (svariati miliardi di dollari) spese per gli stadi che ospiteranno i Campionati del mondo di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016 hanno drenato risorse ad altri comparti sociali: istruzione, sanità, pensioni. E paradossalmente proprio i brasiliani che negli ultimi dieci anni hanno avuto accesso a beni di consumo fino ad allora preclusi, ora chiedono uno status diverso da quello di “consumatori”, quello di “cittadini”, e quindi fruitori di servizi sociali, di un sistema di welfare decente. Ottenuto anche azzerando i costi della corruzione che ammorba il Brasile.
I prossimi 10 mesi saranno cruciali, non solo per lo svolgimento della Coppa del Mondo di calcio, in programma a Rio de Janeiro, ma anche per le elezioni presidenziali. Il Brasile dovrà mostrare a un miliardo di telespettatori di essere molto più del Paese delle cinque S (samba, sex, soccer, sun, sands), immagine distorta e stereotipata che gli inglesi hanno sarcasticamente diffuso.
A fine anno verrà poi scelto il nuovo presidente: una contesa giocata, ri-giocata, tra gli altri, da Lula, Dilma Rousseff, Marina Silva. Tre candidati che ancora una volta esprimono l’epicità del Paese: Lula, ex-operaio metalmeccanico diventato Capo di Stato, Rousseff, figlia di un immigrato bulgaro, e Silva, analfabeta fino a 16 anni, poi laureata in storia e infine fregiata di un Phd in psicopedagogia.
Intanto tra pochi giorni la Fiat, che in Brasile è una delle case automobilistiche più affermate, produrrà l’ultimo esemplare della “Mille”, un modello poco diverso dalla “Uno”, venduta in più di 2milioni di esemplari in 30 anni di produzione. Quest’ultima edizione della Fiat “Mille”, di soli 2mila veicoli, è stata battezzata “Grazie Mille”, un omaggio al Brasile. Per quello che è stato negli ultimi dieci e forse, solo forse, per quello che sarà in futuro.

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