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Brancale, futuro a idrogeno Dallara, un’auto per i giovani

La conversione energetica verso fonti non inquinanti e rigenerabili è sulla bocca di tutti. Gli incentivi all’uso di motorizzazioni ibride, quando non totalmente elettriche, sono concrete e tangibili e un parco auto in aumento sembra abbandonare i combustibili fossili preferendo, almeno in parte, una via concreta di sostenibilità. Segnali importanti, non gli unici. Un percorso parallelo è infatti quello di Avl Italia (300 dipendenti, 107 milioni di euro di fatturato), l’impresa torinese che fa capo a Dino Brancale e che produce tecnologia e sistemi ingegneristici per il powertrain. In pratica, alla Avl che ha i laboratori di ricerca a Reggio Emilia, creano la tecnologia che fa funzionare i motori ibridi o elettrici delle maggiori case automobilistiche del mondo. Brancale però ha un pallino fisso: l’idrogeno. Sul banco di prova della Avl a Reggio Emilia sta infatti sperimentando il primo motore prodotto in Italia a combustione interna alimentato ad idrogeno. Il prototipo è già pronto. Nessuno, nonostante il gran parlare, ha mai prodotto un motore italiano a idrogeno. La tecnologia per il momento è solo all’estero. Avl invece, non solo l’ha già sviluppata e ha già costruito il prototipo, ma ha anche avuto l’idea di creare un consorzio per poter realizzare tutte le fasi dello sviluppo e della sperimentazione. Il consorzio si chiama H2-Ice e mette insieme ovviamente Avl (che fornisce la tecnologia), Punch Torino (che fornisce il motore diesel da adattare), Industria Italiana Autobus (che metterà a disposizione gli autobus emiliani) e Tper (l’azienda di trasporto pubblico di Reggio Emilia che permetterà la messa su strada degli autobus a idrogeno). Il tutto entro i prossimi 18 mesi. Due lauree, ingegneria elettronica in Italia e anche in Germania, dove ha lavorato per diversi anni, Brancale punta tutto sull’idrogeno ed è pronto a schiacciare l’acceleratore delle motorizzazioni pulite partendo proprio dal trasporto pubblico di Reggio Emilia.

Dall’idea alla pista

Dallara, il produttore italiano di auto, punta sui giovani e alimenta la passione della motor valley emiliana. Si concluderà infatti domani, mercoledì, la versione digitale del progetto formativo Come nasce una Dallara realizzato in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Borgotaro, centro dell’appennino parmigiano. Lo scorso anno il format educativo si era realizzato in presenza, con gli uomini della Dallara nelle aule di scuola e la visita degli studenti alla sede aziendale per il factory tour e i laboratori didattici. A causa del Covid-19, quest’anno il progetto ha cambiato veste ed è diventato completamente digitale per cercare di offrire agli studenti un’alternativa virtuale all’esperienza reale. Questa nuova versione digitale del percorso Come Nasce una Dallara è la prima di una serie di progetti educativi che la Dallara Academy ha strutturato per le classi medie e superiori per formare ed appassionare i giovani anche in un periodo difficile come l’attuale. L’impegno dell’azienda, fondata nel 1972 a Varano de’ Melegari da Gian Paolo Dallara e oggi guidata dall’amministratore delegato Andrea Pontremoli, è quello di non permettere al Covid-19 di fermare la diffusione della cultura tecnologica e di permettere agli studenti di «andare in gita», anche solo virtualmente. Ora, la speranza è di riuscire a ripetere il corso entro la fine dell’anno scolastico, magari in presenza.

Come evitare la crisi

Quante sono le aziende a rischio fallimento oggi in Italia? Quali strumenti si possono mettere in campo per farle ripartire? A queste domande vuole rispondere una ricerca che Aifi e Back To Profit, società di management consulting, attiva dal 2017 e fondata da Dario A. Inti, hanno appena avviato. Un percorso di approfondimento sul mercato italiano del turnaround, lato equity e debito, inclusa la parte di Utp corporate (Unlikely to pay, le antiche inadempienze probabili), con una sezione dedicata a un’analisi macroeconomica, per comprendere quante sono le imprese potenzialmente in una situazione di rischio così da fornire qualche indicazione ai policy makers. Lo studio vuole, inoltre, comprendere al meglio l’operatività dei soggetti già attivi nel mercato italiano o che stanno lanciando iniziative di questo tipo, analizzando i modelli e i profili regolamentari e contrattuali più efficaci per la strutturazione di fondi di turnaround e Utp corporate e le condizioni che hanno favorito (e potranno favorire) l’applicazione dei modelli rilevati.

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