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Bracco: Squinzi, il mio candidato per la coesione delle imprese

di Roberto Bagnoli

ROMA — Non si sottrae alla domanda sul suo candidato preferito ma ci tiene a precisare che «entrambi sono figure di grande levatura, due imprenditori di razza con cui ho lavorato fianco a fianco per tanti anni nel comitato di presidenza condividendo la responsabilità insieme a Emma Marcegaglia». Per questo quando legge di continuità e discontinuità rimane «un po' stupita perché mi sembra soprattutto un espediente mediatico». «Personalmente credo che nelle associazioni come nelle aziende, si debba sì cambiare, ma tenendo conto di quello che è stato fatto di bene, portandolo avanti». Per Diana Bracco, ex numero uno di Assolombarda e Federchimica e ora delegata in Viale Astronomia per la Ricerca e innovazione, il profilo giusto del futuro presidente è comunque quello di Giorgio Squinzi.
Perché questa scelta?
«Perché è ascoltatissimo a Bruxelles e Confindustria deve svolgere un ruolo sempre più forte in Europa. Nessuno si può più chiudere negli stretti confini nazionali. Gli imprenditori lo hanno capito sulla loro pelle e chiedono a Confindustria di essere sempre più un interlocutore propositivo e ascoltato dove si decide il futuro. Squinzi, tra l'altro, non è soltanto vicepresidente di Confindustria per l'Europa e una icona della chimica italiana, ma da un anno è anche presidente del Cefic, l'Associazione dell'industria chimica europea, cui aderiscono 29.000 aziende che rappresentano un quarto della produzione chimica mondiale».
Ma qual è il punto di forza più importante?
«La sua ossessione per la crescita delle imprese. Sono sempre stata colpita da questa sua visione. Nei suoi interventi prima di soffermarsi sulle difficoltà, lui parla di crescita. Il nostro grande problema. Oggi le imprese devono essere messe in condizione di competere creando benessere e lavoro per i giovani. Un'altra cosa che ho sempre apprezzato di Squinzi è l'impegno a favore della ricerca quando è stato vicepresidente di Confindustria per l'innovazione e lo sviluppo tecnologico prima di Pasquale Pistorio e della sottoscritta».
Per crescere è importante anche modificare l'articolo 18 o no?
«Vanno tolti tutti i freni alla competitività, la stessa Europa ce lo ha chiesto. Occorre un sostegno forte alla ricerca e innovazione, come avviene negli altri Paesi, una radicale semplificazione, infrastrutture adeguate, un sistema fiscale non penalizzante, e certamente serve all'Italia un sistema di relazioni sindacali moderno. Anche nel mercato del lavoro ci vuole più flessibilità nell'ottica dell'equità e anche della coesione, perché senza non si fa nulla».
C'è chi dice che i chimico-farmaceutici sono meno attenti all'articolo 18 perché il costo del lavoro in quel settore pesa molto meno.
«Non sono d'accordo. Alla base del mio ragionamento ci sono principi generali che valgono per tutti. Un buon sistema di relazioni industriali, si deve costruire giorno per giorno, partendo da scelte chiare a favore delle generazioni future. Squinzi è una persona pragmatica che rifugge la ribalta, sa ascoltare dialogando. È però anche un uomo coraggioso e indipendente che porta avanti le sue idee anche quando non sono gradite a tutti».
Lei parla di coesione, concetto espresso anche dal capo dello Stato. Non è un paradosso che Confindustria appaia invece così divisa?
«Siamo davvero sicuri che sia poi così divisa? Quando i saggi avranno finito il loro lavoro eleggeremo un presidente che sarà, come è sempre stato, il presidente di tutti».
Ha senso sostenere che le grandi imprese sono con Bombassei e le piccole con Squinzi?
«Direi proprio di no, ma questo deve chiederlo ai saggi. Sono sempre stata convinta che la forza di Confindustria nasca dall'unità di piccole, medie e grandi imprese; nella mia lunga esperienza al vertice di Assolombarda e Federchimica mi sono sempre ispirata a questo principio guida. Veda, per modernizzare il nostro Paese, per trasformare la nostra società, bloccata e corporativa, in una vera società aperta la sfida da vincere è prima di tutto culturale. L'Italia ha un deficit di cultura imprenditoriale e occorre che la nuova presidenza di Confindustria si impegni a fondo per diffondere valori come merito, spirito d'iniziativa, concorrenza, creatività, innovazione, conoscenza».
La Brembo di Bombassei è quotata, la Mapei di Squinzi no. Secondo lei è la prova di una leadership diversa?
«Anche la mia azienda doveva quotarsi poi con la crisi dei mercati abbiamo deciso di tirarci indietro. In ogni caso usiamo gli stessi standard delle quotate. La presenza in Borsa, tra l'altro, costringe spesso l'impresa a un maggiore stress su tempi brevi mentre, nel caso opposto, c'è una attenzione sulla lunga strategia. Quella che al momento serve di più».
Confindustria snella o nella continuità?
«Confindustria ha bisogno di fare sistema sul territorio nazionale. Io ho fatto un'esperienza molto positiva con la rete degli innovatori ovvero le circa 400 persone che nelle territoriali e nelle federazioni di categoria si occupano di ricerca e innovazione. I risultati sono stati sorprendenti e a beneficiarne sono state soprattutto le piccole e medie imprese che hanno ricevuto un servizio migliore»
La figura del futuro direttore generale può influenzare gli schieramenti?
«Di queste cose non deve parlarne con me. Così come della composizione della squadra di presidenza. Io posso soltanto dire che è essenziale per Confindustria non cadere in logiche partitiche. Una delle sfide per la nuova presidenza sarà quella di mantenere il sistema associativo autonomo e mai collaterale alla politica».
 

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