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Il braccio di ferro tra il fondo Atlante e il Tesoro

Con tutta probabilità, oggi la Bce dirà qual è l’ammontare dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Fabrizio Viola, ad della vicentina e ceo in pectore della banca che nascerà dalla fusione, dovrebbe incontrare oggi la vigilanza bancaria europea. Ma — dato quasi per scontato che l’importo supererà i 3 miliardi di euro arrivando a una cifra quasi doppia — il vero fronte per le banche venete e più precisamente per l’azionista di controllo (quasi al 99% il fondo Atlante) non è a Francoforte, bensì a Roma. Dal dialogo con il Tesoro dipende la sopravvivenza del fondo gestito da Quaestio sgr come socio di maggioranza. La necessità di una ricapitalizzazione precauzionale è ormai acclarata perché, secondo il presidente di Quaestio Alessandro Penati «la Bce vuole la garanzia che il piano sia totalmente finanziato fin dall’inizio». Ora, se il ministero dell’Economia ritiene che le due banche venete valgono zero, nell’aumento di capitale il fondo Atlante partirà da zero. E, se partirà da zero, dovrà mettere più della metà dell’importo richiesto dalla Bce per restare azionista di controllo, come ha dichiarato di voler rimanere. Ma i soldi che restano (1,7 miliardi, senza contare i 938 milioni già anticipati) potrebbero non bastare. E le banche venete farebbero esattamente la stessa fine di Mps.

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