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Braccio di ferro sulle crisi bancarie

BRUXELLES — Mancano solo due giorni al vertice europeo, e ancora il disegno complessivo del sistema di risoluzione delle crisi bancarie, che dovrà essere approvato dai capi di governo per poter entrare in vigore entro l’anno prossimo, appare in alto mare. Ieri sera i ministri finanziari della zona euro (Eurogruppo) si sono infilati nell’ennesima maratona notturna. Oggi la questione sarà affrontata dai 28 governi riuniti nel consiglio Ecofin. Tutti si dicono convinti che un accordo sarà trovato prima dell’inizio del vertice. Ma le posizioni, su una serie di questioni-chiave, appaiono ancora molto distanti.
I problemi sostanzialmente sono di due tipi, anche se declinati in molti modi vista la complessità della materia: chi decide se e come mettere in liquidazione una banca e chi paga il costo della liquidazione. Su entrambi i punti come al solito la Germania, spalleggiata dai soliti «falchi» del Nord, si oppone alla maggioranza degli altri Paesi.
Secondo Berlino il potere decisionale deve restare in ultima istanza in mano ai governi, mentre il progetto prevede che la richiesta di liquidazione sia avanzata dalla Bce, che è anche l’organo di sorveglianza, è venga poi gestita dalla Commissione europea attraverso un apposito Comitato di risoluzione.
Sempre su questo punto, la maggioranza dei Paesi è favorevole ad estendere il meccanismo di risoluzione unico a tutte le seimila banche dell’Unione sottoposte al controllo della Bce, mentre la Germania vorrebbe limitare il numero alle 130 banche considerate «sistemiche » e con forti interessi transnazionali.
La questione del chi paga è ancora più complessa. L’idea è di spezzare il circolo vizioso che vede le finanze pubbliche svenarsi per salvare le banche private. Ed esiste una «graduatoria» dei soggetti chiamati a sopportare l’onere di una liquidazione o di una ristrutturazione:
prima gli azionisti, poi i titolari di obbligazioni, quindi i creditori e i correntisti con conti superiori ai centomila euro. Solo in ultima istanza dovrebbero intervenire i fondi pubblici. L’Italia, però, con la Francia, vorrebbe in qualche modo tutelare gli interessi dei titolari di obbligazioni, per evitare una fuga degli investimenti dal settore bancario. Si tratta dunque di decidere a che punto i poteri pubblici entrano in gioco (il ministro Saccomanni propone che l’intervento scatti una volta che i privati hanno coperto l’8 per cento degli asset della banca).
Ma si tratta anche di decidere quali finanze pubbliche sono chiamate ad intervenire. In teoria l’onere dovrà essere sostenuto da un fondo comune composto dai versamenti imposti a tutte le banche. Ma il fondo avrà bisogno di almeno dieci anni di capitalizzazione prima di essere operativo. L’Italia, la Francia, il Parlamento europeo e la stessa Commissione propongono che, nella fase transitoria, possa essere coinvolto il fondo salva stati ESM che potrebbe prestare al fondo salva-banche. Ma la Germania è contrarissima e pretende che, fino a quando il sistema non sarà pienamente a regime, gli oneri dei salvataggi restino a carico delle finanze pubbliche nazionali. La strada da percorrere, dunque, resta ancora lunga e in salita.

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