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Braccio di ferro Italia-Ue sul progetto bad bank “Rischio aiuti di Stato”

Per il sistema Italia e le sue chance di ripresa è la partita dell’anno. Quella in cui si misurerà la capacità dell’Italia di far pesare a Bruxelles i propri progetti e quella del sistema bancario di accompagnare il risveglio del Paese dopo un quinquennio orribile. È la partita della bad bank, la «banca cattiva », termine (ormai tabù nel governo) che descrive lo strumento disegnato per assorbire almeno 100 miliardi di prestiti estesi dagli istituti a debitori oggi in difficoltà.

È una partita delicata perché, per ora, dalla Commissione Ue sono arrivate solo obiezioni basate sulla normativa degli aiuti di Stato: tante che l’operazione diverrebbe di fatto impossibile, se nelle prossime settimane Bruxelles non ammorbidirà la sua posizione. Ma è una partita che il governo capisce di dover giocare fino in fondo: senza una vera pulizia dei bilanci bancari dai crediti deteriorati, gran parte degli istituti in Italia non sarebbe in grado di offrire nuovi prestiti alle imprese mediopiccole, assecondarne i piani d’investimento e permettere al Paese una ripresa in linea con il resto dell’area euro.
Non è troppo presto per provarci: in Italia sono crediti problematici ormai il 16,8% dei prestiti bancari, almeno 333 miliardi di euro; il 30% delle imprese esposte presso le banche è in difficoltà nell’onorare i debiti. Neanche il lentissimo Giappone attese tanto ad attaccare il problema dopo la sua bolla di fine ‘900: il governo intervenne quando i crediti deteriorati erano circa la metà del livello raggiunto in Italia.
Non c’è tempo da perdere e in queste settimane un gruppo di lavoro ha messo a punto i dettagli di un «veicolo». L’idea è finalizzare tutto entro quattro settimane. A Palazzo Chigi se ne occupa Andrea Guerra, l’ex amministratore delegato di Luxottica che da due mesi aiuta a titolo gratuito il premier Matteo Renzi. Al ministero dell’Economia, oltre a Pier Carlo Padoan, ci lavorano il capo-segreteria del ministro Fabrizio Pagani, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e il dirigente Alessandro Rivera. In Banca d’Italia il vicedirettore generale Fabio Panetta.
In alcune delle ultime riunioni, insieme o separatamente, questo gruppo ha ascoltato vari consulenti privati: banche come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America-Merrill Lynch o Mediobanca o, per la parte legale, lo studio Chiomenti. Fra i banchieri ascoltati spicca un nome: Simone Verri, laureato della Cattolica di Milano, partner in Goldman Sachs e architetto del progetto di «bad bank» di Madrid che ora aiuta la Spagna a crescere a oltre il 2% l’anno.
Non che il piano italiano abbia le stesse priorità. In Spagna si trattava di salvare il sistema creditizio dal collasso. Qui il progetto punta a liberare i bilanci bancari, oberati ma in aggregato non insostenibili, e creare spazio per nuovo credito alle piccole e medie imprese. Verrebbe creata una società-veicolo con un capitale di tre miliardi di euro, i cui soci sarebbero le banche stesse (per una quota non superiore al 19%), investitori privati come i fondi di private equity, e lo Stato. Questo veicolo si finanzierebbe emettendo titoli obbligazionari sul mercato fino a circa 30 miliardi e il suo debito godrebbe di una garanzia pubblica onerosa: in cambio di una commissione, lo Stato garantirebbe fino al 5% o al 10% delle perdite per chi compra i titoli della bad bank. Il denaro così raccolto verrebbe poi investito per comprare portafogli di crediti deteriorati delle banche, impacchettati in modo omogeneo. Per le banche della City, di Wall Street, o per Mediobanca, si prospetta l’opportunità di guadagnare aiutando le banche italiane minori a confezionare in titoli cartolarizzati i loro portafogli di crediti «cattivi» da vendere alla società-veicolo. Per le banche italiane è l’occasione di vendere a sconto quelle posizioni, sulla base di prezzi determinati da modelli prefissati: non così bassi che le banche rischino forti perdite, dunque rifiutino di vendere, né gonfiati al punto che le perdite vengano scaricate sul veicolo partecipato e garantito dallo Stato. Con una trentina miliardi, questa società dovrebbe poter assorbire crediti deteriorati per circa 100 miliardi a valore nominale (il valore del prestito originario).
Sono previste misure legali per facilitare l’operazione. Le banche dovrebbero poter dedurre fiscalmente le perdite derivanti dalla svalutazione dei crediti non più su cinque anni, come oggi, ma su due o tre: scaricare tutto su un solo anno eroderebbe troppo le entrate fiscali. In parallelo una legge creerebbe un tribunale ad hoc, attivo per tre anni, che acceleri pratiche legali oggi lente in maniera soffocante: le procedure fallimentari, o l’escussione delle garanzie.
Manca solo un dettaglio: il via libera di Bruxelles, perché potenzialmente entrano in gioco degli aiuti di Stato. I tre portavoce del commissario Ue alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, ieri non hanno risposto a una domanda in proposito. Ma i tecnici della Commissione stanno opponendo forti obiezioni, in un confronto con Roma che una persona coinvolta definisce «robusto»: le nuove norme europee sugli aiuti di Stato alle banche imporrebbero che gli istituti coinvolti subiscano piani di ristrutturazione come quello del Monte dei Paschi; in teoria, gli azionisti e certi creditori delle banche rischiano perdite. Ce ne sarebbe abbastanza perché le banche rifiutino il progetto e salti così il piano oggi più necessario alla ripresa. La prossima mossa, a Bruxelles, spetta con ogni probabilità a Matteo Renzi.
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