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Braccio di ferro europeo sulle banche Roma pronta ad usare la Costituzione

ROMA — Per la prima volta nella crisi dell’euro, il governo italiano studia una strategia molto popolare in Germania: appellarsi alla Costituzione per sfuggire a una scelta europea e, se non bastasse, ricorrere in Corte di Giustizia del Lussemburgo. In Germania mosse simili si fanno contro i fondi di salvataggio Ue o la possibilità della Bce di intervenire a sostegno dei governi. In Italia, riguarderebbero invece un altro passaggio vitale per sedare la crisi: l’unione bancaria e gli stress test, cioè le verifiche imminenti sui bilanci di circa 130 istituti di Eurolandia.
Di questi temi Fabrizio Saccomanni parlerà oggi a Berlino in un incontro riservato, di cui dà notizia l’agenzia TmNews.
Il ministro dell’Economia vedrà i colleghi di Germania e Francia, il presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem e, probabilmente, Joerg Asmussen della Bce. Sul tavolo ci saranno i dossier dell’unione bancaria, incluso il progetto di assicurazione comune sui depositi. Il punto più delicato è quello su cui l’Italia è pronta ad appellarsi alla Costituzione e poi ai giudici di Lussemburgo: l’idea di imporre perdite ai creditori delle banche, qualora gli stress test europei rivelassero bilanci fragili e diventasse necessario rafforzare gli istituti con fondi pubblici. Questo scenario tutela in ogni caso (e per intero) i conti correnti, ma può coinvolgere chi detiene i bond «subordinati», i titoli più esposti in caso di rimborso mancato del debito da parte di una banca. Prima che un istituto in difficoltà possa ricevere aiuti pubblici, la Commissione Ue prevede che gli investitori debbano subire perdite. La Germania, con Spagna, Irlanda e vari altri Paesi, la sostiene: il nuovo programma di coalizione Cdu-Csu-Spd parla di «misure per evitare che le banche privatizzino i guadagni e socializzino le perdite» tramite gli aiuti di Stato.
L’Italia non è contraria a priori, ma rifiuta l’ipotesi di colpire i risparmiatori solo sulla base degli stress test europei. Questi ultimi consistono in simulazioni: costruiscono uno scenario di crisi, a cui si stima se una banca è in grado di resistere. Se il responso è negativo e mancano gli investitori privati per rafforzare il capitale, devono scattare aiuti pubblici già nel 2014. E secondo Berlino, su questo in maggioranza in zonaeuro, scattano anche le sforbiciate al valore dei bond «subordinati » in mano agli investitori. Oggi esistono titoli di questo tipo per 61 miliardi di euro emessi dagli istituti italiani, dunque l’impatto sugli investitori può essere serio anche solo se si diffondesse il timore di perdite future.
L’Italia, sostenuta solo dalla Francia, si oppone con tutte le forze. Il Tesoro sostiene che colpire da subito i risparmiatori sulla base di perdite ipotetiche delle banche simulate negli stress test non è solo illogico: è anche contrario all’articolo 47 della Costituzione secondo il quale «la Repubblica italiana incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Un investitore penalizzato potrebbe dunque appellarsi alla Corte costituzionale di Roma, così come molti tedeschi hanno fatto ricorso a Karlsrhue contro la Bce o il fondo salvataggi. Non solo: secondo il governo italiano, quella richiesta di ridurre il valore dei bond semplicemente sulla base delle ipotesi degli stress test violerebbe i diritti di proprietà difesi dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (articolo 17). Di qui la minaccia di ricorrere alla Corte del Lussemburgo se passasse un principio del genere. Gli altri governi europei intanto incalzano. L’Ecofin del 15 novembre scorso sollecita ufficialmente Paese a dotarsi di leggi interne per poter imporre perdite ai creditori delle banche in caso di aiuti di Stato. E i mercati chiedono chiarezza: Alberto Gallo di Rbs nota come i mercati valutino le banche di Spagna o Irlanda, che forniscono certezze legali in caso di perdite sui bond, a quotazioni relativamente migliori rispetto alle concorrenti italiane.
È su questo sfondo che ieri la Bce di Mario Draghi ha ridotto le sue stime d’inflazione media dell’area euro nel 2014 all’1,1% e ritoccato al rialzo le previsioni di crescita sempre all’1,1%. Draghi ha lasciato intendere che l’Eurotower pensa a un sistema per fornire denaro alle banche solo a condizione che queste lo prestino a imprese e famiglie, senza limitarsi a comprare titoli di Stato. Una misura utile ma insufficiente per l’Italia, dove secondo Eurostat il 30% delle persone è «a rischio di povertà o esclusione sociale ». Peggio, in Europa, fa solo la Grecia.

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