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Bpm verso la fusione I sindacati: «Rossi sia arbitro indipendente»

I sindacati nazionali del credito scendono in campo uniti per sostenere «senza se e senza ma» la fusione tra Bpm e il Banco Popolare. In una conferenza stampa convocata nella sede milanese della Camera del Lavoro per illustrare «le ragioni del “sì”», i segretari generali Agostino Megale (Fisac-Cgil), Lando Maria Sileoni (Fabi), Massimo Masi (Uilca), Giulio Romani (First Cisl), Emilio Contrasto (Unisin) e Piero Pisani (Sinfub) hanno ribadito l’appoggio a un’operazione che «crea valore», «tutela l’occupazione» e rappresenta «l’ultima occasione per cercare di gestire il processo di trasformazione in Spa delle Popolari e non subirlo». La posta in gioco, hanno spiegato i leader sindacali, non è soltanto il futuro delle due banche, ma la stabilità dell’intero sistema bancario italiano: l’aggregazione è infatti definita «un’operazione di politica industriale vera», che è «utile all’intero Paese perché dà il segnale che dalle difficoltà si può uscire», mentre un’eventuale bocciatura assembleare provocherebbe il «panico». L’assemblea Bpm (che si terrà in contemporanea con quella del Banco, ma nel caso dell’istituto guidato dall’a.d. Pier Franceso Saviotti l’esito favorevole appare scontato) è quindi un appuntamento cruciale: «Nel sistema bancario italiano è tutto fermo, da Mps alle good bank in attesa di sabato, che sarà uno spartiacque tra una soluzione di un certo tipo e altre soluzioni», ha sottolineato Masi, secondo il quale i soci Bpm hanno quindi sulle loro spalle la responsabilità della tenuta dell’intero settore. Se quindi da una parte i sindacati si dicono «tranquilli che vinca il “sì”», forti anche di una partecipazione che si preannuncia da record (i “biglietti” staccati sono più di 12mila e Megale ha previsto una presenza «massiccia» dei lavoratori), dall’altra puntano il dito contro «l’irresponsabilità» delle associazioni dei soci pensionati che nelle ultime settimane hanno organizzato il fronte del “no”. «Se vince il “no” Bpm dovrà comunque diventare Spa e sarà contendibile e scalabile», ha scandito Sileoni, mettendo in guardia contro il possibile arrivo di «fondi speculativi esteri» con cui sarebbe impossibile instaurare corrette relazioni industriali e pronti alla «macelleria sociale». «È facile giocare con la pelle degli altri – ha aggiunto Sileoni – ma le associazioni dei pensionati passano, mentre i sindacati restano, sia che vinca il “sì” sia che vinca il “no”». I leader sindacali hanno poi rivendicato i recenti accordi sul welfare firmati in Bpm, annunciando che «naturalmente, se la fusione sarà approvata, dal giorno dopo chiederemo conto all’a.d. Giuseppe Castagna di tutte le promesse fatte e pretenderemo il rispetto delle intese raggiunte». Sileoni ha poi chiamato in causa direttamente il presidente del consiglio di sorveglianza Nicola Rossi (giudicato troppo vicino alle posizioni dei pensionati), che «dovrà essere super partes e vero arbitro imparziale»: «Alla prima forzatura siamo pronti a rivolgerci alla Magistratura», ha aggiunto, notando inoltre che sarebbe «auspicabile la presenza di uomini di Bankitalia e Consob per valutare la correttezza di quanto avviene e vigilare su probabili iniziative strane che si dovessero verificare». Ieri, intanto, la fusione ha ottenuto il via libera dell’Ivass, mentre una riunione del consiglio di sorveglianza di Bpm si è chiusa con una fumata grigia per quanto riguarda l’attesa decisione definitiva sulle modalità di voto. I pareri legali richiesti dal Cds sulle due opzioni possibili (voto per alzata di mano o utilizzando, comunque sempre in forma palese, i “totem” elettronici) sono infatti risultati discordanti e quindi si rendono necessari ulteriori approfondimenti. Con ogni probabilità la scelta arriverà solamente a ridosso dell’assemblea.

Paolo Paronetto

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