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«Bpm, più fondi dopo l’aumento»

«Quando l’aumento sarà concluso saremo una banca più forte di quando è iniziato, e anche un po’ più normale», dice il consigliere delegato della Banca Popolare di Milano, Giuseppe Castagna. L’operazione è partita da una settimana e di più non si può dire, ma la direzione in cui si sta andando è chiara: «Con ogni probabilità avremo una platea più vasta, e frazionata, di investitori istituzionali», ragiona il manager in questo colloquio con Il Sole 24 Ore. «E non è un dettaglio, per una banca in cui recentemente il rapporto con i soci di capitale è stato difficoltoso in quanto spesso identificato con un ristretto numero di investitori».
In pratica, anche Bpm conta di cavalcare il momento di gloria delle banche italiane tra i fondi. In attesa di sapere se ci saranno ingressi di peso, alla BlackRock, su quote superiori al 5%, i due road show condotti dopo la presentazione del piano e all’indomani dell’assemblea «ci fanno intendere che l’interesse c’è». Tanto è vero che si punta a portare la quota dei fondi intorno a un fisiologico 40%, «un passo importante verso le normalità», dice Castagna, che proprio ieri è partito per un nuovo tour, tra Londra, Milano e Parigi, per raccontare la trimestrale (chiusa con utili in crescita del 12,3% a 64,3 milioni), «ma naturalmente coglieremo l’occasione per parlare anche dell’aumento».
Alla fine, la mancata approvazione della riforma della governance da parte dell’assemblea di aprile quanto ha pesato sull’aumento?
Non molto. Di fatto si è trattato di uno stress test che ci ha lasciato scontenti ma ha avuto pochi effetti sulla road map.
Venerdì, presentando i conti del trimestre, ha dichiarato che il tema della governance verrà riproposto ai soci solo in occasione della prossima assemblea ordinaria, nel 2015. Che cosa farete, intanto?
Spiegheremo meglio il senso dell’operazione. In fondo, in assemblea una maggioranza di favorevoli già c’era, ma non era quella qualificata necessaria, e chi ha votato contro non è stato, come in passato, il corpo dei soci dipendenti: evidentemente tra questi ultimi c’era la sensazione che le modifiche sarebbero passate agevolmente.
Il risultato potrà cambiare?
Penso di sì. E in quest’ottica proprio l’esito dell’aumento potrebbe aiutarci.
Perché?
Perché finora i soci di capitale erano identificati principalmente in Mincione, Bonomi e il Crédit Mutuel. Due di loro sono usciti ma probabilmente in futuro ci troveremo con una pattuglia più frazionata e in gran parte composta di fondi: questo contribuirà a vincere un tabù e ad allentare le tensioni interne, che sono sfociate in contrasti anche molto duri
Sabato Ubi ha approvato una riforma all’insegna dell’integrazione tra soci di capitale e non già alla presentazione delle liste. È un modello che potrebbe interessarvi, a maggior ragione dopo il probabile irrobustimento dei fondi?
Credo sia un segnale importante che deve essere considerato positivamente per tutto il settore. Per quanto riguarda la nostra banca lo statuto vigente già indica una direzione, quella in cui il capitale abbia un ruolo più attivo all’interno della governance, che intendiamo seguire e rafforzare.
Venerdì parlando con gli analisti ha detto che dopo l’aumento avvierete la richiesta per la rimozione degli add-on. Entro quando c’è da attendersi un riscontro?
Subito dopo l’aumento avvieremo la richiesta formale all’Autorità di Vigilanza. Mi auguro che una decisione possa essere presa entro l’estate ma ovviamente i tempi li detterà Banca d’Italia.
Nella trimestrale presentata venerdì spicca il miglioramento della situazione patrimoniale e della raccolta, sugli impieghi e le sofferenze la ripresa invece stenta.
C’è un segnale, in particolare, che mi soddisfa: è la crescita dei depositi, la prova che tra i clienti, quelli vecchi e soprattutto quelli nuovi, si percepisce chiaramente che la banca sta riguadagnando fiducia.
Prevede ritocchi alla struttura manageriale, per segnare la discontinuità con il recente passato?
Nelle posizioni apicali non sono necessari cambiamenti.

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