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Bpm, i soci puntano su Bonomi

Si lavora a una lista unitaria per portare il finanziere alla presidenza del Consiglio di Sorveglianza
Un listone unico per portare Andrea Bonomi sulla poltrona di presidente del Consiglio di Sorveglianza di Banca Popolare di Milano. È questo il disegno a cui stanno lavorando alcune delle maggiori sigle sindacali nazionali in vista del rinnovo del Cds, previsto per aprile, in caso di fallimento del progetto di fusione tra Bpm e Banco Popolare.
Se da una parte l’aggregazione tra Milano e Verona appare sempre più in salita viste le resistenze della Bce, tra i principali stakeholder della banca milanese si va rafforzando l’idea che la banca lombarda debba mantenere una propria autonomia, magari attorno alla figura di un investitore istituzionale di peso. Il tutto nell’ottica di procedere in futuro ad operazioni che possano vedere Milano nel ruolo di soggetto aggregante. Per questo nel corpo sociale di Piazza Meda si è fatta strada l’idea di riattivare i contatti con il finanziere milanese, patron del fondo Investindustrial, che per tre anni è stato il principale investitore del gruppo, nonchè presidente del Cdg, prima dell’uscita datata gennaio 2014.
A quanto risulta, Bonomi è stato “sondato” nei giorni scorsi da alcuni dei principali stakeholder della banca milanese, tra cui alcuni sindacati e l’associazione dei pensionati per verificare la sua disponibilità di massima. A questi primi incontri, che avrebbero permesso di verificare un consenso attorno alla sua candidatura al posto di quella dell’attuale presidente, Piero Giarda, se ne aggiungeranno ora altri: nei prossimi giorni sono previsti infatti incontri riservati tra lo stesso finanziere e le principali anime della banca per verificare le reciproche sintonie e sciogliere le riserve. Bonomi del resto ad oggi non avrebbe preso ancora alcuna decisione rispetto all’adesione al progetto, nè in un senso nè nell’altro.
I tempi del resto sono stretti. Il termine ultimo per il deposito delle liste è fissato per il 5 aprile. Ma già nei prossimi giorni dovrebbero chiarirsi le posizioni. I sindacati nazionali si incontreranno la prossima settimana per definire una linea comune. L’intenzione è di convergere in maniera unitaria nell’appoggio al finanziere milanese, anche se le posizioni non sono del tutto univoche. Difficile d’altra parte che Bonomi accetti di sedersi al vertice della Sorveglianza senza che vi sia un supporto coeso attorno alla sua figura. Anche perchè quello in Bpmsarebbe un ritorno tutt’altro che scontato, visti i trascorsi a dir poco burrascosi. Nel 2013, l’allora presidente del Consiglio di Gestione si vide bocciare in due diverse assemblee la sue proposte (introduzione del voto a distanza e la trasformazione della banca in Spa,) da parte degli stessi soci-dipendenti e dei sindacati interni. Un doppio colpo che, complici le riottosità interne, costrinse Bonomi a ridurre progressivamente il suo impegno in Piazza Meda.
Oggi, tuttavia, lo scenario è diverso. La trasformazione della banca popolare in Spa è un obbligo di legge, e dovrà avvenire entro la fine dell’anno. Una volta abbandonato il voto capitario, i rischi che la banca possa essere oggetto di Opa, vista la frammentazione dell’azionariato, sono tutt’altro che ipotetici. Per questo i corpi interni a Piazza Meda si sono nuovamente rivolti all’uomo che aveva proposto di passare alla Spa temperandola con alcune formule a favore dei soci, come la distribuzione di azioni, la partecipazione agli utili e a uno sviluppo del welfare aziendale. Proposte che ora potrebbero tornare di attualità.
D’altra parte, Bonomi guarderebbe a un eventuale ritorno a Piazza Meda solo al verificarsi di alcune condizioni. La prima delle quali è la mancata celebrazione del matrimonio tra la banca lombarda e Banco, operazione che non vede di buon occhio. Possibile, a quel punto, che l’ingresso in Cds possa avvenire senza che vi sia una precedente sostanzioso investimento nel capitale della banca, che invece potrebbe esserci a ridosso della trasformazione in Spa. A quel punto, Bonomi potrebbe puntare a preservare l’indipendenza della banca, magari favorendo operazioni di aggregazioni da una posizione di forza. Resta da capire, in prospettiva, quali potrebbero essere i rapporti con l’attuale ceo del gruppo, Giuseppe Castagna, autore riconosciuto del rilancio del gruppo bancario e fautore della fusione con il Banco.

Luca Davi

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