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Bpm, ecco i signori delle deleghe dietro la sfida tra ex ministri

Adesso sono tornati i sorrisi. La paura che le cose potessero cambiare è passata e c’è la voglia di mettere tra parentesi la gestione di Andrea Bonomi nell’ultracentenaria storia della Banca Popolare di Milano. Una sorta di interregno, che ha traghettato la cooperativa verso lidi più sicuri, grazie all’opera di Piero Montani, per riconsegnarlo ora al suo, non sempre glorioso, passato. La sensazione è che non sia cambiato nulla negli equilibri «politici» di Piazza Meda, ancora saldamente governata dai sindacati interni e da una ventina di uomini che a suon di deleghe sono in grado di decidere l’esito delle assemblee, pur avendo meno dell’1%. Il bello della cooperativa dove tutti contano allo stesso modo. L’allineamento delle sigle sindacali sulla candidatura di Dino Piero Giarda alla presidenza di Bpm, comunque la si voglia interpretare, evidenzia chiaramente quanto il consenso di Uilca, Fisac, Fiba e Fabi sia decisivo per accedere ai piani alti di Piazza Meda. Almeno quanto quello dell’Assopensionati, gli ex dipendenti.

La lista Giarda
L’ex ministro aveva promesso una lista di alto spessore e ha mantenuto la parola. Ci sono accademici come Andrea Boitani, Angelo Busani, Donata Gottardi (ex deputata europea per il Pd) e l’ex direttore di Borsa Italiana, Bruno Siracusano. Ma anche nomi, altrettanto autorevoli, che in Bpm ci sono già: Marcello Priori e Mauro Paoloni, che siedono attualmente nel consiglio di sorveglianza (dimissionario) rispettivamente in quota Fisac e Fabi indicati per la vicepresidenza, o Alberto Balestreri presidente del comitato per i controlli interni. Sono i numeri due, tre e quattro della lista, in cui all’ultimo non è entrato l’ex commissario Consob Salvatore Bragantini. La lista unica può trarre in inganno chi non conosce la complessa geografia del potere in Bpm, dove a contare sono soprattutto i sindacati interni che, tranne rare eccezioni, con quelli nazionali raramente fanno asse. È, invece, quella «interna», la sponda su cui starebbero lavorando il finanziere Raffaele Mincione e il suo capolista Lamberto Dini, l’«altro» ex ministro, per scalzare Giarda o, alla peggio, cogestire la transizione.
Anche Bonomi se li era fatti alleati per sconfiggere Matteo Arpe in una battaglia che per la prima volta aveva visto le sigle interne su fronti opposti. Allora si chiamavano Amici della Bipiemme e per anni sono stati il governo ombra di Piazza Meda. Decidevano tutto: carriere, promozioni, bonus, nomine e privilegi e, soprattutto, manovravano il consiglio. Per questo, e per altre «intromissioni» sono stati indagati dalla Procura, sanzionati dalla Consob e dalla Banca d’Italia. Ora, dice qualcuno, sono pronti a riprendersi i posti chiave.
Il sistema delle deleghe
Quella di Bonomi e Montani era però solo un’alleanza «funzionale». Una volta entrati in Bpm, i due manager hanno dato una spallata a Enzo Chiesa, il direttore generale garante degli equilibri interni, iniziando con il depotenziamento che ha avuto il culmine con l’uscita, per raggiunti limiti di età, di alcuni dei capi storici come Osvaldo Tettamanzi e Vanni Caramaschi della Uilca, o Gianfranco Modica della Fiba. Usciti per modo di dire: sia Tettamanzi sia Caramaschi hanno avuto dal loro sindacato un incarico da delegati, idem Modica. Ma quella di Bonomi e Montani è stata un’illusione. Ad aprile, quando l’assemblea è stata chiamata a deliberare l’introduzione del voto da casa, una leva formidabile per spezzare il dominio degli ex Amici e dar loro il benservito, trasformando la cooperativa in una spa, Bonomi si è trovato davanti a un muro e la proposta è stata respinta con il 98,06% dei voti. Era l’inizio. L’epilogo è arrivato due settimane fa quando, in seguito all’uscita di Montani, il consiglio di sorveglianza ha deciso a sorpresa di «suicidarsi», chiedendo al consiglio di gestione dimissionario di convocare l’assemblea per la revoca e aprendo così la una nuova tornata elettorale. La campagna per l’assemblea del 21 dicembre e la relativa raccolta deleghe viene seguita da vicino tanto dentro quanto fuori Piazza Meda. La Uilca conta 2.100 iscritti ed è una forza decisiva, che in parte segue ancora i vecchi indirizzi ma è divisa in correnti: Daniele Ginese ne è uno dei principali animatori. Poi c’è l’Assopensionati guidata da Edoardo Dorenti ed Elio Canovi con 800 iscritti e il privilegio di poter raccogliere 5 deleghe ciascuno (i soci e i dipendenti soci possono portare solo quelle dei figli minori). Nella Fiba gli uomini forti sono Rizziero Breviglieri e Roberto Alba che di iscritti ne hanno 1.100, come la Fisac dove però i leader, Gioacchino Baturi e Gaetano di Meo, risultano allineati alle segreterie nazionali. Stesso discorso per la Fabi guidata da Roberto Garagiola e da Mauro Scarin, uno dei capi storici del sindacato autonomo.
Il ruolo di Simonelli
Raccontano nei corridoi di Piazza Meda che Tettamanzi si sarebbe interessato in prima persona della sostituzione di Montani, «intervistando» alcuni dei candidati (tra cui l’ex di Banca Intesa Giuseppe Castagna), insieme a Daniele Ripamonti, ex responsabile del Comitato per la 231 di Bpm, ed Ezio Maria Simonelli, ex consigliere di Piazza Meda, da molti considerato un personaggio chiave. Il fiscalista è un nome noto a Milano, anche per la vicinanza al mondo Fininvest. Simonelli, qualcuno lo ricorderà, è anche finito all’onore delle cronache la scorsa estate nell’ambito della vicenda della espulsione della moglie e della figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, avvenuta in coincidenza di una villeggiatura in Sardegna del presidente Nursultan Nazarbaev, ospite nella villa del fiscalista milanese. Nel suo studio ha eletto domicilio l’Associazione Amici da quando è stata messa in liquidazione. Dello scioglimento si sta occupando la socia Flavia Daunia Minutillo, che è anche consigliere dimissionario Bpm, entrata con l’ultimo rimpasto. In cui era stato assegnato un posto anche a Giacinto Sarubbi, sindaco di Lega Calcio, come Simonelli.
Adesso si attende la lista di Mincione per capire a chi andranno i voti degli ex Amici. La Uilca in verità si è schierata già con Giarda. Ma nessuno scommette oggi che da qui all’assemblea il proposito resterà immutato. Sono infatti ancora aperti i giochi, decisivi, per il consiglio di gestione. L’ex ministro ha chiesto la disponibilità a Carlo Salvatori, il quale non vorrebbe tuttavia schierarsi.
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