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Bpm-Banco, vertice in Mediobanca per la stretta

MILANO «Un passo avanti». Così una fonte a conoscenza del dossier riassume lo stato delle trattative tra Bpm e Banco Popolare per una fusione. Dopo il maxi-vertice di ieri a Mediobanca (advisor della popolare veronese insieme con Merrill Lynch e Colombo & associati) tra gli amministratori delegati del Banco, Pierfrancesco Saviotti, e di Bpm, Giuseppe Castagna (accompagnato dai consulenti di Lazard e Citi) sembra che alcuni punti siano stati smarcati. In particolare, quello sull’autonomia di Bpm spa, che nel progetto dovrebbe essere una banca controllata dalla capogruppo Verona.
Dall’ipotesi iniziale di un’autonomia per Bpm di 6 anni si sarebbe scesi a un termine più limitato, tre anni, che dovrebbe essere più accettabile dalla Bce. Tuttavia non c’è certezza su questo aspetto e per questo oggi dovrebbe tenersi una conferenza telefonica con i vigilanti di Francoforte. La Bce avrebbe una generale preferenza per gruppi bancari basati su divisioni e reti più che su galassie di istituti indipendenti, sia pure controllati. L’eccezione Bpm sarebbe quindi da giustificare con la storia della popolare milanese e con l’attenzione all’autonomia che i suoi stakeholder – sindacati, soci non dipendenti, privati – richiedono e il cui voto in assemblea è necessario per approvare la proposta di fusione.
Sarebbero stati invece per il momento accantonate le questioni relative al numero dei consiglieri: Verona propone 9 contro 7 in quota Bpm (più tre indipendenti), Milano spinge per la parità (8 contro 8) ma il tema viene considerato risolvibile una volta affrontate le altre questioni. Ieri si è discusso in particolare della governance delle prime e seconde linee, con Bpm che punterebbe a una divisione dei poteri che rafforzi l’amministratore delegato in pectore Castagna rispetto al presidente del comitato esecutivo (Saviotti) e al direttore generale (Maurizio Faroni, del Banco). Anche sui concambi la partita sarebbe stata per il momento accantonata: ci sarebbe comunque la consapevolezza di dover fare in fretta (si parla di una decisione in 2-3 settimane) per evitare di lasciare i titoli esposti alla speculazione.
Sul fronte bancario c’è da registrare ieri la netta presa di posizione di Luca Cordero di Montezemolo, vicepresidente di Unicredit in quota Aabar (primi soci della banca al 5%), a favore del ceo Federico Ghizzoni: «Resterà amministratore delegato», ha risposto a una precisa domanda. Intanto ieri Unicredit ha definito con i sindacati un accordo per 2.700 uscite volontarie al 2018, uno degli elementi del piano industriale 2014-18. Con l’intesa si dà il via libera a 700 assunzioni di giovani. «Un accordo che guarda al futuro e alla solidarietà generazionale», ha commentato Mauro Morelli, segretario nazionale della Fabi.

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