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Bpm-Banco, tre paletti dalla Bce

MILANO.
La fusione dell’anno, quella tra Bpm e il Banco Popolare, procede. Ma a quanto filtra da rumors in ambienti vicini alla trattativa – non confermati ufficialmente, le due banche non hanno commentato nel merito non si è ancora ai brindisi. Ieri i presidenti delle due banche (Carlo Fratta Pasini per il Banco, Mario Anolli e Piero Giarda per la Bpm) sono andati in Banca d’Italia, una sorta di “visita di cortesia”, come è stata definita.
L’incontro clou della giornata, quello che si è svolto a Francoforte presso la Bce, si sarebbe invece concluso con una serie di “compiti a casa”, ancora da fare. All’appuntamento sono andati il numero uno della Bpm, Giuseppe Castagna, e il suo omologo del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, accompagnato dal direttore generale Maurizio Faroni.
Un incontro non decisivo né di formale autorizzazione (che arriverà solo a fronte di documenti ufficiali) ma che doveva essere una sorta di investitura ad andare avanti, un via libera che i vertici delle due banche volevano incassare alla vigilia della firma di un memorandum, dopo l’accordo faticosamente raggiunto tra le parti.
A quanto pare la Bce aspetta di conoscere più dettagli sulla fusione. Ai vertici delle due popolari sarebbero stati chiesti approfondimenti sul piano industriale e su alcuni aspetti di governance che, secondo certe ricostruzioni, verranno forniti in tempi brevissimi, ma non abbastanza brevi da far convocare i rispettivi consigli in questo fine settimana, per approvare l’operazione e far partire la due diligence.
E’ probabile che i punti sotto la lente riguardino la struttura del nuovo gruppo, che prevede una spa frutto della fusione tra Bpm e Banco, ma anche una banca-rete controllata, una nuova “Banca popolare di Milano spa” con un proprio consiglio e autonomia garantita per 6 anni. Una soluzione trovata per moltiplicare poltrone e accontentare le varie “anime” all’interno delle due banche, dicono i maligni; un modo per dare identità territoriale alla rete lombarda, dicono altri; comunque, un passaggio poco efficiente sotto il profilo della gestione e del controllo dei costi, potrebbe aver obiettato la Bce.
Altro punto che ragionevolmente potrebbe aver interessato la Bce è la gestione dei crediti deteriorati, i Npl, particolarmente “importanti” nei conti del Banco. Nella fusione tra i due gruppi si era ipotizzato di “aggredire” e ridurre sostanzialmente la montagna di Npl nell’arco di cinque anni (è probabile che un atteggiamento più aggressivo porterebbe a dover irrobustire il capitale, cosa che né Saviotti né Castagna vogliono fare). Infine la governance. L’intesa raggiunta tra le due banche sembra prevedere che il presidente del nuovo gruppo sia Carlo Fratta Pasini (attuale presidente del Banco) l’amministratore delegato sia Giuseppe Castagna (numero uno di Bpm) mentre il direttore generale sia Faroni, cui andrebbero una serie di deleghe attribuite dall’amministratore delegato (e non dal consiglio). Inoltre la composizione del cda dovrebbe prevedere otto consiglieri alla componente veronese, sette a quella della Bpm, più l’amministratore delegato (che in questo caso sarebbe Castagna) e tre amministratori indipendenti. Chissà che anche su questi aspetti, certosinamente cesellati negli estenuanti incontri tra advisor, la Bce non abbia trovato qualche aspetto da voler sciogliere meglio (e forse semplificare).
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