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Bpm-Banco, restano i nodi su poltrone, soci e sofferenze

MILANO.
Fumata grigia. O, quanto meno, ennesima puntata interlocutoria: è finito così, secondo quanto si può intuire (le due banche hanno tenuto le bocche rigorosamente cucite), l’incontro a Francoforte tra la Bce e i due amministratori delegati Giuseppe Castagna (Bpm) e Pier Francesco Saviotti (Banco Popolare). Il disco verde alla fusione tra le due popolari prossime a diventare spa, un ok di massima in grado di far convocare i consigli durante il week end, non c’è stato. Oggi in Bpm si tiene un consiglio di gestione, già fissato da tempo, in cui Castagna farà il punto della situazione con i suoi.
Forse erano in pochi a sperare in una conclusione positiva già da ieri. Ma certo, più passa il tempo e più la partita si ingarbuglia, sui nodi della governance e della gestione dei crediti deteriorati. Dopo i mesi passati a negoziare (spesso su più fronti) ormai sono settimane che si va avanti a via di ritocchi e aggiustamenti. Ieri i due amministratori delegati avrebbero aggiunto – di persona altre aperture alle richieste di Bce ma, sempre secondo ricostruzioni indirette, ai due ad sarebbe stato chiesto di apportare ancora altri correttivi al piano presentato. Su alcuni punti sembra ci sia maggior disponibilità a considerare le ragioni delle due banche, su altri invece la rigidità iniziale sembra poco cambiata. Comunque, la stessa Bce si sarebbe presa qualche giorno di tempo per valutare il quadro complessivo emerso ieri, anche se senza altri passi in avanti da parte delle due banche difficilmente si arriverà ad una fumata bianca.
Da una decina di giorni il nuovo impianto della fusione, messo a punto con l’ausilio degli advisor delle due banche (Lazard e Citi per Bpm; Mediobanca, Merrill Lynch e Colombo e associati per il Banco) era stato mandato alla Bce. La mediazione offerta riguarderebbe la durata della vita autonoma di Bpm spa, di nuova costituzione e controllata al 100% dalla holding derivante dalla fusione: sembra che i banchieri abbiano offerto uno schema limitato a 3 anni (su questo punto i sindacati a Piazza Meda sono sul piede di guerra). Anche sul numero complessivo dei consiglieri della banca post fusione ci sono state concessioni: a partire dal secondo mandato, il cda scenderebbe a 15 (da 19). Ma i nodi più difficili sono quelli sul tetto al possesso azionario e sui requisiti di capitale. Sul primo punto (molto caro al Banco), sembra sia stato ipotizzato di tenere il vincolo (al 5%) per un periodo di cinque anni. E poi c’è la madre di tutti i problemi, quei 14 miliardi di crediti deteriorati netti del Banco (su un patrimonio netto di 8,5) che vanno a sommarsi ai 3,5 miliardi di Bpm. Abbattere con troppa determinazione (in tempi molto rapidi) la montagna di crediti in difficoltà significa accollarsi perdite forti e di conseguenza dover ricorrere all’aumento di capitale. Su questo punto (la rapidità) la Bce è molto rigida ma l’assenza di aumento è la condizione imprescindibile per i due banchieri, a costo di far saltare la fusione. Un modo per uscirne potrebbe essere vendere pezzi di patrimonio.

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