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Bpm-Banco Popolare faro Bce sul capitale Il nodo governance

MILANO Hanno dibattuto a lungo, mercoledì a Francoforte, i banchieri di Bpm e Banco Popolare con la Vigilanza della Bce. Due i temi più spinosi: la ratio di una Bpm autonoma, sebbene controllata dalla superbanca milanese-veronese, e le rassicurazioni sull’adeguata dotazione di capitale.
I ceo di Bpm, Giuseppe Castagna, e del Banco, Pier Francesco Saviotti, hanno spiegato con dovizia di particolari le ragioni (sopratutto storiche e di azionariato) per salvaguardare l’autonomia della banca milanese — sia pure per non più di tre anni — dentro il nascituro terzo polo bancario, incassando un sostanziale via libera anche se la spa dovrà limitarsi ad essere solamente una banca-rete. Su diversi altri aspetti invece — governance, crediti deteriorati, modalità della fusione — le squadre dei due istituti dovranno tornare nei prossimi giorni in Bce per rispondere ai vari quesiti degli uomini di Danièle Nouy.
Soprattutto sul capitale la Bce vuole dati certi: Castagna ha affermato che non servirà alcun aumento di capitale dopo l’integrazione fra i due gruppi, e la Bce vuole la dimostrazione che il patrimonio totale della banca — nelle sue varie componenti — sarà sufficiente per andare avanti anche nel medio termine. In particolare andranno verificati bene i numeri sui crediti deteriorati, visto che Francoforte si sarebbe mostrata piuttosto rigida nel non voler considerare le garanzie sottostanti ai crediti ai fini delle coperture. Circa la governance, la Vigilanza unica avrebbe chiesto alcune correzioni nella distribuzione dei poteri tra amministratore delegato (Castagna) e direttore generale (Maurizio Faroni, del Banco) a favore di quest’ultimo. Gli advisor Lazard e Citi (per Bpm) e Mediobanca, Merrill Lynch e Colombo & associati (per il Banco) dovranno anche definire il piano industriale richiesto da Francoforte. Ancora da sciogliere il nodo dell’assemblea: non è chiaro se ci sarà un voto unico da parte dei soci coop su fusione e trasformazione in spa, o due votazioni distinti: prima la spa e poi la fusione, da far votare ai soci di capitale.
È comunque tutto sommato positivo il giudizio che si respira nei due fronti bancari all’indomani del summit, anche se è ormai certo che i consigli per approvare il progetto di fusione slitteranno al prossimo weekend, se non più avanti. Solo dopo i due board sarà inviata la proposta formale alla Bce, che ha 90 giorni per dare il via libera a un’operazione che anche il ministero del Tesoro — hanno fatto sapere ieri fonti di via Venti Settembre — «guarda con grande attenzione».
Si vuole fare presto anche perché i marosi di Borsa di questi giorni stanno fiaccando le quotazioni e potrebbero incidere sulla sostanziale parità dei concambi (12 azioni Bpm ogni 1 Banco): dopo aver perso ieri un altro 8,7% a 6,44 euro, l’istituto veronese capitalizza 2,5 miliardi, appena sotto la più piccola Bpm (ieri -2% a 0,58 euro). «Ben venga il terzo polo», ha detto il ceo di Mediobanca, Alberto Nagel. «Credo sia necessario che gli intermediari raggiungano una massa critica maggiore», visto che cambiamenti regolamentari, nuove piattaforme e marginalità in netta discesa «fanno sì che singole banche che prima erano profittevoli adesso lo siano molto meno».

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