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Bpm-Banco, le carte in Bankitalia

MILANO U n’ora e mezza circa di confronto e analisi del progetto di integrazione tra Banco Popolare e Bpm: tanto è durato il vertice in Banca d’Italia ieri mattina tra i capiazienda Giuseppe Castagna (Bpm) e Pier Francesco Saviotti (Banco Popolare) con i vertici della Banca d’Italia Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza, e Fabio Panetta, membro dell’Ssm, la vigilanza unica presso la Bce presieduta da Danièle Nouy. Nel frattempo le due banche, spinte dal calo di Piazza Affari (-2,59%) hanno perso circa il 5% a testa.
L’incontro era importante perché Barbagallo e Panetta sono i punti di riferimento italiani nella trattativa con Francoforte per mettere a punto la fusione. E ancora di più starebbero puntellando l’operazione per far sì che gli aspetti più delicati — la governance, la creazione di una Bpm spa autonoma e soprattutto la gestione dei crediti deteriorati — siano compresi appieno dai vigilanti europei. L’attenzione è alta da tutte le parti perché per la Bce si tratta della prima operazione di integrazione dopo la nascita della Vigilanza unica. Ma anche perché i criteri che verranno fissati per Bpm-Banco saranno il riferimento per tutte le altre ipotesi di consolidamento bancario spinte dal decreto Renzi sulle Popolari dell’anno scorso.
Proprio Barbagallo aveva accompagnato Castagna e Saviotti a Francoforte nel primo summit con la Vigilanza Bce lo scorso 9 febbraio. In quell’occasione la Vigilanza aveva messo in luce alcuni aspetti da chiarire, in particolare sulle caratteristiche della Bpm spa (una banca-rete autonoma solo per tre anni), sulla distribuzione dei poteri tra il ceo in pectore Castagna, il presidente del comitato esecutivo Saviotti e il dg Maurizio Faroni (con più poteri a quest’ultimo) e su come fare fronte allo stock di non performing loans (Npl) senza ricorrere a un aumento di capitale neanche nel medio termine.
Quello della gestione delle sofferenze è il punto più critico. Il Banco Popolare porta in dote alla fusione circa 14 miliardi di Npl netti a fronte di un patrimonio netto tangibile di circa 6,5 miliardi, mentre Bpm ha 3,6 miliardi di deteriorati netti a fronte di 4,5 miliardi di patrimonio netto tangibile. Entrambi hanno un coefficiente patrimoniale (cet1) superiore ai minimi fissati dalla stessa Bce con l’esame Srep, dunque non avrebbero immediate necessità di rafforzare il patrimonio.
In ogni caso, per rispondere a un’esigenza della stessa Vigilanza Unica, Bpm (che ha come advisor Lazard e Citi) e il Banco Popolare (con i consulenti Merrill Lynch, Mediobanca e Colombo & associati) hanno proposto un piano pluriennale di smaltimento degli Npl attraverso il cashflow prodotto ogni anno dalla nuova superbanca. Questo processo eviterebbe l’aumento di capitale che sarebbe invece necessario se la Bce imponesse di ridurre in breve tempo le sofferenze: in quel caso si parla di una necessità di capitale aggiuntivo (da reperire sul mercato o con altre modalità come la cessione di Agos) tra 1 e 2 miliardi. Ma sia Castagna sia Saviotti hanno sempre negato la necessità di una ricapitalizzazione, che metterebbe in discussione l’intera operazione. Ora i banchieri torneranno in Bce insieme con gli uomini della Banca d’Italia per il confronto decisivo. Per un via libera finale ci vorrà insomma ancora del tempo. Secondo alcune fonti, i consigli potrebbero essere convocati nel weekend del 5-6 marzo .

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