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Bpm-Banco, la Borsa approva il piano di fusione

Un utile netto annuo di oltre un miliardo di euro. Un Cet1 ratio del 12,9 per cento. Un ritorno sul patrimonio netto tangibile che, al netto dei dividenti, punta ad arrivare al 9 per cento l’anno. È un piano «ambizioso ma non velleitario», quello della fusione tra Bpm e Banco Popolare, dice il futuro Ceo del gruppo Giuseppe Castagna, oggi numero uno di Bpm. Presentato ieri alla comunità finanziaria e alla stampa a Milano, il piano d’impresa di quello che diventerà il terzo gruppo bancario italiano punta a generare una redditività «attrattiva» ma supportata da un «solida» posizione di capitale. Un mix di elementi che, a una prima lettura, ieri è parso meritevole di fiducia da parte del mercato, tanto che i titoli sono saliti: Banco Popolare ha chiuso in rialzo del 3%, Bpm dell’1,1%.
Elemento decisivo del piano è l’attesa creazione di valore. Secondo le stime dei due gruppi, la banca lombarda e quella veronese insieme genereranno un tile netto di 1,07 milioni nel 2019, un livello dell’80% superiore a quello del 2015, calcolato al netto di elementi straordinari, con una crescita media annua del 16,1%. Un utile che la banca conta di redistribuire ai soci nella misura pari al 40% dei profitti ogni anno.
Per raggiungere questi obiettivi, il managent conta di premere sul pedale delle sinergie. Sul fronte dei ricavi, le cose dovrebbero andare anche meglio dellestime preliminari fornite a fine marzo. A regime, nel 2019, i maggiori ricavi dovrebbero essere pari a 138 milioni, pari al 2,7% dei dati combinati al 2015, grazie all’azione su Aletti e Akros. Il grosso si farà sui costi, capitolo su cui il colosso dovrebbe realizzare minori spese per 320 milioni. Qui decisivo sarà il taglio delle spese per il personale, pari a 140 milioni. Attesi 1.800 esuberi, tutti da effettuare tramite ricorso fondo di solidarietà (già oggi ci saranno incontri con i sindacati), per un taglio di 140 milioni. Altri risparmi arriveranno soprattutto dalla razionalizzazione delle duplicazioni di spesa e della rete: le filiali sono destinate a scendere dalle attuali 2.417 a 2.082, ma è possibile che in prospettiva si scenda a quota 1.700-1.800.
Massima attenzione, come richiesto da Francoforte, sarà prestata alla solidità patrimoniale.Il Cet1 ratio passerà dall’attuale 12,3% al 12,9%: merito dell’estensione dei modelli avanzati sul rating del Banco al portafoglio crediti di Bpm e della generazione attesa di utili, che sarà «parzialmente compensata dalla crescita degli attivi», si legge nel piano.
Per alleggerire il fardello dei crediti deteriorati, il management ha scelto invece di varare una nuova divisione focalizzata sulla gestione dei bad loans. La “Npl unit”, che riporterà direttamente al Ceo, conterà su 300-350 dipendenti ed è volta a «migliorare le percentuali di recupero» delle sofferenze, che dovrebbero passare dall’attuale 2,7% al 4,5%.Non è escluso che in prospettiva, la gestione degli Npl possa avvenire in partnership con un altro soggetto ma solo se, come spiega Castagna, l’eventuale futuro partner sarà disposto ad accollarsi parte delle perdite.
L’aumento delle coperture
Il focus sulla qualità del credito è certificato anche dall’aumento delle coperture, che verranno portate da subito al livello delle «migliori banche italiane». Confermato dunque l’incremento del coverage sulle sofferenze dal 57% al 59% a fine piano, dopo un picco al 62%. L’aumento da un miliardo di euro del Banco sarà essenziale per procedere all’aumento degli accantonamenti. E in questo senso Pier Francesco Saviotti si definisce «ragionevolmente tranquillo» che l’adesione all’aumento di capitale da parte dei soci «ci consentirà di chiuderlo entro la metà di giugno».
A scendere sarà anche il peso dei crediti deteriorati nominali, che fletterà dal 24,8% nel 2015 a 17,9% nel 2019. Bpm-Banco intendono dismettere nell’arco di piano almeno 8 miliardi di Npl, che possono diventare, qualora ci siano le condizioni, fino a 10 miliardi di euro. Così facendo, la riduzione attesa dei deteriorati è pari al 25% dello stock totale, che passerebbe dai 31,5 miliardi di fine 2015 ai 23,9 miliardi previsti per il 2019.
Focus su Akros e Aletti
Altra direttrice fondamentale del piano è lo sviluppo in alcuni business a valore aggiunto in cui le banche sono già presenti con marchi propri. Con Banca Akros, da una parte, che il management conta di far diventare un banca di riferimento nel settore del corporate e investment bank per le mid-cap italiane, grazie a un crescita aggregata attesa dell’8%. E con Banca Aletti (oggi del Banco), dall’altra, le cui attività totale dovrebbe salire dagli attuali 28 miliardi a circa 32. «L’idea è creare un realtà best in class – spiega Maurizio Faroni, futuro direttore generale del gruppo e oggi dg del Banco – portandola verso un orizzonte di 32-33 miliardi, con il conseguente miglioramento delle commissioni».
La road map
Le linee guida del progetto sono state inviate ieri in Bce e verranno presentate agli investitori in un road-show che parte oggi a Milano, poi Londra (domani e giovedì) e Parigi (venerdì). Subito dopo, lunedì prossimo, il Cds di Bpm esaminerà il parere degli advisor sul piano per dare martedì il parere finale (non vincolante). Il giorno successivo, martedì 24 maggio, il progetto di fusione dovrà essere approvato definitivamente dal Cdg di Bpm e dal Cda del Banco Popolare per essere inviato, insieme allo statuto, a Francoforte, che entro 90 giorni dovrà dare il suo placet.

Luca Davi

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