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«Bpm-Banco darà stabilità al sistema Fusione necessaria, un segnale al Paese»

L’ultimo miglio è sempre il più difficile. E a Giuseppe Castagna manca davvero solo l’ultimo miglio per chiudere la lunga maratona che sabato dovrebbe portare, salvo colpi di scena, alla nascita della terza banca italiana attraverso l’integrazione tra la Bpm e il Banco Popolare. «È un po’ come il referendum — spiega il numero uno della popolare milanese —, l’esito dipende innanzitutto dall’affluenza». Ad oggi sono stati staccati 11 mila biglietti per partecipare all’assise di sabato alla Fiera di Milano e Castagna è ottimista ma, da buon napoletano, preferisce non dare nulla per scontato. E’ pur sempre un’assemblea della Bpm e prima di lui in tanti si sono scottati. Stavolta però i sindacati sono a favore della fusione. Resta tuttavia una «frangia» di soci pensionati che non la vuole.

Perché?

«Sinceramente non me lo aspettavo. In questi mesi abbiamo avuto molti incontri con tutti gli azionisti per spiegare in modo trasparente cosa stavamo facendo e non ho riscontrato critiche particolari da parte dei soci pensionati. Hanno chiesto attenzione all’identità e al welfare e li abbiamo ascoltati: Bpm-Banco sarà l’unica banca quotata in Italia ad avere in consiglio un rappresentante dei dipendenti. Abbiamo creato una Fondazione per supportare territorio, mantenuto il nome della Bpm. Francamente ancora non ho capito il motivo di questa contrarietà, visto il loro legame con la Bpm. Ho paura che non abbiano chiare le possibili conseguenze di una trasformazione in spa senza la fusione».

Cosa succede se sabato prevarrà il no?

«Per Bpm sarebbe un’occasione persa, un’occasione importante se pensiamo a come veniva percepita la banca fino a qualche anno fa: eravamo tra gli ultimi e ora siamo percepiti come sani, seri, in crescita e in grado di fare qualcosa di positivo per il nostro futuro e per il Paese. Bpm-Banco sarebbe la terza banca italiana, prima in Lombardia con il 15,5% delle quote di mercato».

Solo un’occasione persa?

«No, le cose certamente cambierebbero. Se venisse bocciata la fusione dovrò chiamare un’assemblea per la trasformazione in spa e da quel momento rischiamo di non essere più padroni del nostro destino. Difficile assicurare a tutti le stesse tutele. Se qualcuno dovesse “scalare” Bpm porterebbe un nuovo piano e potrebbe avrebbe altri obiettivi. Gli accordi raggiunti sugli esuberi e sul welfare non sarebbero più applicabili. Ma l’effetto non sarebbe solo su Bpm».

Cosa altro succederebbe?

«Temo il giudizio negativo del mercato finanziario che ricadrebbe sul sistema bancario italiano. Mi chiedo: che percezione avrebbe il mercato del sistema bancario italiano? Penso al fatto che Unicredit e Mps hanno davanti a loro sfide importanti, tra piano strategico e aumento di capitale. Penso alle good banks che vanno vendute, alle banche venete da ristrutturare. La nostra operazione è anche una dimostrazione di forza del sistema bancario che ce la può fare».

Qual è la difficoltà maggiore che ha incontrato lungo il percorso per la fusione?

«La cosa più difficile sarà l’assemblea di sabato. E’ un po’ come un referendum: l’esito dipende innanzitutto da quanti soci verranno a votare…».

I pensionati lamentano che la banca ha fatto pressione sui dipendenti perché partecipino in massa, offrendogli un contributo per il viaggio.

«La banca si è resa disponibile a dare un contributo a tutti i soci per garantire la massima affluenza, visto che l’assemblea non si svolgerà in sedi distaccate. Il contributo è anche per chi viene a votare no».

Poiché la trasformazione in «spa» è ineluttabile, Bpm sarà una public company o avrà un nocciolo duro?

«Oggi Bpm è una vera public company, non ci sono azionisti con quote superiori al 4-5% e un modello che punta sulla strategia manageriale credo sia l’assetto migliore».

Bpm-Banco doveva fare da apripista al consolidamento in Italia, ma non è successo nulla. Come mai?

«Credo per abbia giocato anche il timore degli aumenti di capitale. La Bce è stata piuttosto ferma su questo punto: ha il compito di garantire la stabilità del sistema bancario e quindi il suo atteggiamento è comprensibile. Però ci sono situazioni e situazioni. I Paesi non sono tutti uguali e allora bisogna chiarire quali sono gli obiettivi strategici».

Il nostro sistema bancario è solido o a rischio?

«La situazione è difficile. Abbiamo 300-400 banche quando bisognerebbe arrivare a 4-5 grandi istituti con alcuni più piccoli specializzati. Nel nostro settore i margini si sono molto ridotti e oggi non ha senso avere tante piccole banche che hanno gli stessi clienti e fanno lo stesso mestiere di quelle di rilevanza nazionale».

Teme l’esito del referendum costituzionale?

«Dal punto di vista politico non ho titolo per esprimermi, sicuramente il mercato finanziario predilige la stabilità. Con il programma di acquisti da parte della Bce, la speculazione si è spostata sui titoli bancari che sono una proxy perfetta della “spread”. I mercati aspettano di capire se questo è un Paese stabile e affidabile: al mercato piace la stabilità, alla speculazione la volatilità».

Federico De Rosa

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