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Bpm alla svolta, pronta a diventare spa

MILANO — La Bpm scalda i motori per trasformarsi in spa. E’ quanto stanno studiando i vertici della banca e, dal punto di vista operativo, Piergaetano Marchetti, uno dei massimi esperti di diritto societario, per confezionare un vestito il più possibile “su misura” per la turbolenta Popolare. Ma il progetto è già noto, a grandi linee, anche a Bankitalia e martedì scorso Andrea Bonomi, presidente del consiglio di gestione, ha illustrato i puntichiave della riforma ai sindacati nazionali.
I quali, secondo notizie riportate dalle agenzie di stampa, hanno preso tempo e hanno sottolineato che in ogni caso il discorso non sarà ripreso prima delle elezioni politiche. L’obietcontrollo di Bonomi è di arrivare a luglio – o al più tardi in ottobre – a tenere l’assemblea straordinaria che approvi il cambiamento. Il modello proposto dal presidente del Cdg (e primo azionista della banca) è stato definito da quest’ultimo «alla tedesca» per la logica di divisione tra gestione, e azionariato e prevede vari passaggi per “stemperare” la rivoluzione copernica rappresentata dal passaggio dal voto capitario a quello in base al numero di azioni possedute. L’ipotesi allo studio prevede la nascita di una Fondazione, cui andrebbe per Statuto il 5% degli utili della banca, espressione di dipendenti e pensionati Bpm e che curerebbe progetti a favore del “mondo Bpm” ma, soprattutto, eleggerebbe tre membri su 11 del consiglio di sorveglianza. In caso di voto favorevole alla trasformazione in spa, ai dipendenti inoltre verrebbe distribuito – sotto forma di azioni – grosso modo il 10% del patrimonio della banca, una somma che si aggira intorno ai 350-400 milioni di euro (oltre 50 mila euro a dipendente). Un “tesoretto” che tra l’altro eleggerebbe (in base al voto di lista previsto dal nuovo statuto) altri due membri del consiglio di sorveglianza. Dunque, in caso di decisioni con maggioranze qua-lificate, i cinque consiglieri espressione dei dipendenti sarebbero in grado di bocciare proposte non gradite. L’impianto allo studio infine prevede il mantenimento del sistema duale, ma con un consiglio di gestione allargato a sette rappresentanti.
E ancora, gli azionisti “forti” di oggi, da Bonomi a Mincione al Credit Mutuel, in questa ipotesi si diluirebbero del 10% ma in cambio potrebbero contare in relazione a quanto hanno realmente investito, votando di conseguenza. Ma è probabile che almeno per quanto riguarda Bonomi ci sia un impegno forte, verso Bankitalia, a tenere le posizioni per un triennio, a garanzia della stabilità della banca.

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