Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Boutique o speculatori?Usa pronti al giro di vite sugli opachi family office

Il nome può dir poco. Bill Hwang, finanziere sui cinquant’anni. Di qualche fama, nei salotti di Wall Street, per il pedigree tra gli hedge fund e perché sfiorato da scandali. Ma senza mai attirare troppa attenzione. Fino a quando, per le banche globali, non è diventato l’uomo da dieci miliardi di dollari. O meglio, l’uomo che ha scavato un buco da dieci miliardi nei loro conti con la crisi di Archegos, il suo family office americano schiacciato da una spirale di scommesse finite male e default sulle margin calls.

È uno shock che ha aperto uno spiraglio su una nuova quanto finora occulta sfida per la stabilità dei mercati. Capace di riportare alla memoria il crack dell’hedge fund LTCM nel 1998, o degli hedge che affondarono Bear Stearns alla vigilia della bufera del 2008. La nuova incognita? La scarsissima trasparenza di un altro angolo dell’alta finanza, quello appunto dei “family offices”. Chiamarlo angolo è un eufemismo: i loro asset superano i seimila miliardi, doppiando il settore degli hedge. E di intimità familiare ha ben poco: è popolato da società con capitali sì di famiglia, ma con strategie che possono essere mutuate dalla finanza più aggressiva. Con una differenza: che ai family office è stato permesso, di diritto o di fatto, di sfuggire a ogni supervisione.

Archegos non ha spalancato voragini di crisi globali. Ma, avvertono nervosi regulators, potrebbe essere andata bene. Un ripetersi di episodi simili minaccia di finire diversamente. L’ammissione è di Dan Berkovitz, commissario Cftc, con la Sec una delle authority leader sul mercato americane: ha proposto giri di vite denunciando che «per l’integrità dei mercati occorre essere consci e in grado di monitorare le attività di grandi family office». Non basta: la Sec esamina nuovi requisiti e obblighi di presentare documentazione su attività e posizioni. Anche il Congresso ci riflette: la Commissione Servizi Finanziari della Camera ha ipotizzato la richiesta quantomeno di filing confidenziali alle autorità.

Perché le scosse inflitte da Archegos, se non sistemiche, si sono fatte sentire. Titoli media e tech di ogni latitudine, da ViacomCbs e Discovery a Baidu e Tencent, hanno sofferto sotto una pioggia di “liquidazioni” delle enormi posizioni accumulate del fondo. Né queste, come indicato, sono bastate a evitare ingenti perdite a prestigiose banche che avevano sostenuto il fondo: Credit Suisse e Nomura hanno riportato passivi miliardari, Morgan Stanley e Ubs da centinaia di milioni.

C’è tuttora chi considera Archegos un’eccezione. Bill Hwang era un enfant prodige degli hedge, ma la sua carriera si era poi dipanata tra accuse di insider trading, patteggiamenti con la Sec e temporanee messe al bando dal trading a Hong Kong. Più della storia personale hanno però potuto le legittime mosse di Hwang quale artefice, archiviata la sua saga negli hedge, di un proprio family office. La sua è stata una strategia fatta di aggressive puntate, trading ad alta velocità, ricorso a rischiosi derivati. E cresciuta sulla flessibilità di poter contare non solo su asset per forse 10 miliardi ma su una potenza di fuoco da almeno 50 grazie al leverage ottenuto da banche sempre a caccia di business e commissioni. Secondo alcune stime il portafoglio di Archegos, coperto da misteri e segreti, all’apice era arrivato a cento miliardi.

Se i family office sono stati concepiti per preservare e gestire sobriamente le fortune dei super-ricchi – beneficenza, pianificazione fiscale e eredità – oggi sono in grado di vestire panni d’assalto senza lacci e lacciuoli. La loro influenza è cresciuta a vista d’occhio: il 69% dei protagonisti è nato negli ultimi vent’anni, il 40% dal 2017. EY ne ha censiti oltre diecimila, una lista più lunga della somma dei fondi private equity e di venture capital. La citata stima di asset globali per seimila miliardi è di Campden Research. E in media vantano 1,6 miliardi di asset, con i principali 121 che rappresentano 142,4 miliardi nei calcoli di UBS. Le loro strategie, suggerisce il caso Archegos, si sono evolute di pari passo, da tranquille posizioni di lungo periodo in azioni e obbligazioni a scommesse rischiose. Ad opera di talenti sottratti spesso a banche, gestori e private equity abituati ad avventure. E con numerosi finanzieri che hanno scelto la strada del family office proprio per agire con libertà, senza pressioni di regulators e capitali esterni.

Nonostante questa ascesa, hanno continuato a operare lontano da occhi indiscreti. Centri finanziari globali, da Singapore a Hong Kong e Dubai, lasciano loro ampi margini di manovra. E anche negli Stati Uniti spiccano i vuoti normativi. Una deregulation che viene da lontano: non erano tenuti a registrarsi presso la Sec, grazie a una legge del 1940, l’Investment Advisers Act, che esentava le società con meno di 15 clienti. E anche prima della recente mano leggera sulla finanza di Donald Trump, la riforma Dodd-Frank aveva cancellato l’originale scappatoia riproponendone però una apposita per i family office e preservandone il diritto all’oscurità.

Il nodo cruciale è che questi nuovi protagonisti, accanto a mancati obblighi quali la formale registrazione, si avvantaggiano di stratagemmi per aggirare anche regole teoricamente applicabili, quali una comunicazione delle partecipazioni acquisite in gruppi quotati. Tra questi, usato senza freni da Archegos, il ricorso a derivati con le banche-broker, quali i “total return swaps”. Contratti che permettono al fondo di scommettere sulla performance dei titoli senza possederli, con le banche che formalmente li tengono in bilancio. Archegos ha potuto così operare del tutto inosservato tra i regulators. E con le stesse singole banche “complici” degli eccessi ignare dell’insieme dell’esposizione.

Il fondo è sfuggito a norme Sec quali la 13D, la comunicazione entro 10 giorni di quote sopra il 5% e successivi cambiamenti “materiali”. O la 13F, che ai gestori con oltre cento milioni richiede un rapporto trimestrale su tutte le loro equity holdings. Gli hedge fund, per i critici già trattati con guanti di velluto, devono non solo registrarsi con la Sec e rispettare simili regole ma dar conto di struttura della proprietà, asset in gestione, relazioni con le banche, dati sulle operazioni. Norme esistono anche per private funds con più di 150 milioni in asset, che inoltrano alla Sec un documento, il PF, su tipologia e dimensioni di attività. E dati non pubblici sono chiesti e trasmessi allo Stability Oversight Council, che monitora rischi vecchi e nuovi per il sistema finanziario. Una trasparenza oggi all’ordine del giorno anche per l’angolo oscuro dei family office, dove ha gettato luce inquietante Hwang, il più potente finanziere che mai nessuno aveva sentito nominare.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La nuova autorità nasce il mese prossimo con l'obiettivo di colpire i traffici illeciti. Leggi ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Alle imprese italiane che hanno fatto ricorso alle moratorie previste dall’articolo 56 del decret...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una spinta, sia pure indiretta, a una più complessiva riforma della riscossione (cui peraltro il G...

Oggi sulla stampa