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BoT allo 0,079%, scatta il decreto salva rendimenti

Ieri è stato il terzo giorno dei mercati in compagnia del Qe della Bce. Una presenza, quella dello shopping da parte delle banche centrali dell’Eurozona, che continua a produrre i suoi effetti. La prova? L’ha offerta, ad esempio, l’asta dei BoT a 12 mesi. Il MeF ha venduto i 6,5 miliardi di titoli previsti. La domanda degli investitori è stata soddisfacente (1,77 il rapporto di copertura) con il rendimento lordo in calo allo 0,079%. Cioè, il minimo storico. Certo, la discesa del tasso non è stata causata dall’acquisto diretto degli istituti centrali. E però il crollo generalizzato dei rendimenti sul mercato secondario, cui i collocamenti fanno riferimento, è ovviamente conseguenza del Qe. Quindi il «Bazooka» di Mario Draghi, seppure indirettamente, ha abbattuto il tasso in asta. 
Già, il tasso. A ben vedere su questo fronte, secondo i calcoli di Assiom-Forex, con l’applicazione della commissione massima per le banche di 0,15 euro, il rendimento netto del BoT sarebbe addirittura risultato negativo (-0,078%). Vale a dire il risparmiatore, in teoria, si troverebbe tra un anno a recuperare un importo inferiore a quello sborsato ieri. L’ipotesi tuttavia è impedita dal Decreto del MeF del 15 gennaio scorso. Il provvedimento, che riprende quanto già previsto nel 2009, regolamenta le commissioni in asta a fronte di tassi bassi. La norma stabilisce che la «fee» non possa rendere negativo il rendimento lordo del titolo. Cioè, il valore della commissione deve scendere fino a quando questa condizione non è soddisfatta. Ebbene, il collocamento in questione rientra proprio nelle ipotesi previste.
Ciò detto, ieri nelle sale operative la discussione sul tema era appassionata. Ma questo non deve stupire. Si tratta, infatti, dell’ovvia conseguenza all’ingresso nel mondo dell’allentamento quantitativo in salsa Bce. Una nuova normalità di tassi «rasoterra» che, a ben vedere, altri Paesi di Eurolandia conoscono da tempo. Proprio ieri Berlino ha piazzato 4,09 miliardi di titoli a 2 anni con un rendimento lordo negativo dello 0,24%. Un tasso che, rispetto all’ultima asta, è rotolato all’ingiù di ben 22 punti base.
Ma non è solo il fronte dei collocamenti. Nell’ultima seduta, infatti, anche il mercato secondario del reddito fisso è stato al centro dell’interesse degli operatori (e delle banche centrali). In particolare, i bond dei Paesi periferici. Così, ad esempio, il tasso del BTp trentennale è sceso per la prima volta sotto il 2%. La scadenza decennale, poi, ha chiuso le contrattazioni con il rendimento ai minimi dell’1,12%. A fronte di ciò lo spread con il Bund (il cui yield è anch’esso calato allo 0,21%) è crollato a quota 91 punti base. La dinamica, al solito, è stata replicata in quel di Madrid. Seppure, questa volta, con forza minore. Tanto che il differenziale spagnolo, bloccato sui 93 punti base, è risultato superiore a quello di Roma.
Fin qui alcune indicazioni sul mondo del debito pubblico, quale però la dinamica delle Borse? I listini, dopo l’avvio debole di settimana, hanno vissuto una giornata di buoni rialzi. L’Euro Stoxx ha guadagnato il 2,31%. Bene anche Parigi (+2,37%) e Milano (+2,18%). Un po’ più debole, invece, l’Ibex 35 di Madrid (+1,1%). La maglia rosa dei mercati, però, è stata indossata da Francoforte (+2,66%)che ha rinnovato il suo massimo storico oltre 11.805 punti. A ben vedere, i mercati hanno accelerato grazie soprattutto alle parole di Mario Draghi. Le Borse, dapprima intimorite dal continua tira-molla tra Atene e l’Eurogruppo, si sono fatte forza con l’intervento del presidente della Bce. Draghi,infatti, da un lato ha sottolineato come il programma di acquisti dei titoli Stato permetta di evitare il contagio dalla Grecia verso il resto dell’Eurozona. E, dall’altro, di «sostenere la ripresa nell’area dell’euro».
Già, l’euro. La rimonta dell’economia del vecchio continente in gran parte è dovuta proprio al crollo della moneta unica. Ieri la divisa ha toccato i minimi in area 1,05 verso il dollaro. Si tratta del valore più basso degli ultimi 12 anni. La dinamica, evidentemente, è la conseguenza della divergenza di politiche monetarie sulle due sponde dell’Atlantico. Il Qe europeo si confronta infatti con l’attesa stretta della Federal reserve. Gli operatori, in riferimento alla data del primo ritocco all’insù dei Fed fund, puntano le loro fiches sulla casella di «giugno». O al massimo di «luglio». In quel momento si vedrà di quanto Yanet Yellen vorrà allontanarsi dal mondo dell’«easy money». Quel denaro facile che oggi dovrebbe, invece, riversarsi sull’asta dei BTp a 3,7 e 30 anni.
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