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Borse, via alla fusione tra Tokyo e Osaka: è il terzo big mondiale

Una posizione più forte sul piano globale, con maggiori volumi di scambi e più liquidità; quindi una attrattività più spiccata per gli investitori esteri – anche grazie al prossimo sviluppo di nuovi prodotti – e per le imprese nazionali e straniere interessate a un collocamento iniziale. È l’ambizioso quadro delineato ieri in una conferenza stampa dal direttore generale del Tokyo Stock Exchange, Akira Kiyota, in occasione del decollo della fusione nel Tokyo Stock Exchange tra i mercati azionari «cash» di Tokyo e Osaka sotto la holding di recente costituzione Japan Exchange Group. Da ieri il Tse ha visto salire il numero delle società quotate da circa 2.400 a 3.423 – saltando dal settimo la terzo posto mondiale secondo questo parametro – attraverso il trasferimento di 1.100 titoli finora trattati all’Osaka Securities Exchange. Per valore del trading, il Tse era già al terzo posto al mondo dopo il Nyse Euronext e il Nasdaq Omx: nei primi 5 mesi di quest’anno, con 3.040 miliardi di dollari, è rimasta davanti alle Borse cinesi, che hanno evidenziato un valore combinato del trading (Shanghai e Shenzhen) pari a 2.940 miliardi di dollari.
Ma la grande distanza in termini di capitalizzazione dai leader derivanti da più grandi fusioni – un quarto di quella del Nyse, con volumi pari alla metà – e lo scarto minimo con le piazze cinesi evidenzia che non sarà facile per Tokyo spiccare il volo nell’intensa competizione internazionale. Tanto più che, ad esempio, i mercati di Hong Kong, Shenzhen e Shanghai hanno da poco formato una joint venture che dovrebbe sviluppare prodotti quotati in tutti e tre le Borse. L’anello che manca è probabilmente un accordo strategico con un’altra grande Borsa. Inoltre il lungo e bizantino processo di fusione tra le Borse giapponesi comporta che bisognerà aspettare fino al marzo dell’anno prossimo perché siano integrate anche le contrattazioni sul mercato dei derivati, il che avverrà presso l’Osaka Stock Exchange, che si specializzerà dunque sui contratti a termine. Così si consolerà il capoluogo del Giappone occidentale, che ha visto nel weekend calare il sipario sui 134 anni di storia del suo mercato azionario (nato nel 1879 in quella che era storicamente il principale centro commerciale del Paese).
Per Kiyoda, ci sono ora le condizioni per cercare di rendere il mercato azionario giapponese una piazza in cui gli investitori globali siano desiderosi di essere presenti. Il trend di quest’anno è già favorevole, grazie all’Abenomics che ha provocato un grande ritorno di capitali esteri e dato alla Borsa di Tokyo il primato di performance nel primo semestre tra quelle dei Paesi avanzati con un +31,6% del Nikkei. Un balzo superato solo dalla Borsa venezuelana (+144%, ma in presenza di una inflazione altissima) e da quelle di Dubai (+37%) e Kuwait (+33%). Un primato asiatico tornato in Giappone nel semestre, inoltre, è quello del numero di Ipo (collocamenti iniziali), salito del 20% a 20 (il numero maggiore dalla prima metà del 2008, ossia dal periodo precedente la crisi finanziaria globale), contro 12 esordi sulle Borse cinesi che l’anno scorso erano state leader.
Il primo risultato della fusione sarà un risparmio sui costi sia per l’operatore del mercato(stimati in 7 miliardi di yen) sia per le società che avevano la doppia quotazione, mentre le aziende che hanno visto trasferirsi le contrattazioni sui loro titoli al Tse potranno essere oggetto di acquisti anche da parte degli investitori istituzionali che di solito operano solo su Tokyo.

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