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Borse, vendere in maggio o rimanere in sella al Toro?

Vendi in maggio e scappa. C’è da fidarsi quest’anno del vecchio adagio di Borsa che invita a prendere profitto prima del periodo dell’anno storicamente più debole per i mercati, a cavallo tra la primavera e l’estate, fino a ottobre inoltrato? Esiste in effetti una stagionalità negativa che si manifesta con una certa frequenza in questa fase. Riflette, spiegano gli analisti, un aumento della volatilità in concomitanza con le trimestrali Usa, che si accompagnano, non di rado, a un ridimensionamento delle previsioni sulla dinamica dei profitti nel resto dell’anno. In fin dei conti, il sell in May and go away è l’altra faccia del rally di Halloween, espressione con la quale gli operatori evocano il semestre tendenzialmente più propizio per le azioni, da novembre ad aprile.

«Ma si tratta di una ricorrenza osservata soprattutto tra gli anni 50 e i primi anni 2000, che ha perso rilevanza negli ultimi due decenni. Basti pensare che tra il 2000 e il 2018, nel mese di maggio Wall Street è scesa solo sei volte», calcola Vincenzo Longo, market strategist di Ig. Senza contare l’ultimo rovinoso trimestre del 2018, coronato da un dicembre da primato (il peggiore dal 1931 per l’S&P500), che ha smentito clamorosamente l’atteso rally di Natale.

Senso pratico

Morale: forse è meglio tralasciare il ciclo delle stagioni di Borsa a favore di qualche ragionamento più concreto. Partendo dalle valutazioni, che sono tornate sopra le medie storiche. Specialmente negli Usa dove l’indice rappresentativo delle 500 società più capitalizzate, reduce dal migliore primo trimestre dal 1998, ha agguantato nuovi record, a quota 2.940 punti, più 17% da inizio anno. Due punti in meno rispetto a Piazza Affari, regina di Borsa tra i mercati sviluppati in questo primo scorcio del 2019, con un rialzo del 19%. Ancora lontanissima, però, dal picco dei 44.364 punti toccati nel marzo del 2000: per eguagliare il suo massimo storico, l’Ftse Mib dovrebbe più che raddoppiare in valore (vedi tabella). «In generale gli attuali multipli di Borsa suggeriscono un po’ di cautela — premette Longo —. Un altro potenziale campanello d’allarme riguarda le massicce emissioni societarie americane, che hanno raggiunto un valore di oltre novemila miliardi di dollari. Una buona parte ha un rating BBB, un gradino sopra il livello speculativo: se il quadro macro dovesse deteriorarsi, un’ondata di declassamenti potrebbe scatenare il panico, costringendo a vendere i grandi gestori autorizzati a investire solo in obbligazioni di buona qualità. Non è un pericolo imminente, ma va monitorato».

In generale, però, l’umore degli investitori resta buono e il merito è soprattutto del cambio di rotta della Federal Reserve che a fine dicembre ha segnalato l’intenzione di prendersi una lunga pausa dalla normalizzazione dei tassi.

Lo scenario

«Il costo del denaro non è più un problema oggi, lo spettro di un’escalation della tensione tra Usa e Cina è svanito, Brexit fa molta meno paura. Il destino delle Borse, nel breve, dipenderà dai flussi di capitale, che in questo momento sembrano giocare a favore — spiega Dennis Montagna, responsabile azionario di Credit Suisse —. Molti investitori hanno perso buona parte del rimbalzo registrato nel primo trimestre. Vogliono partecipare alla dinamica rialzista. Non dimentichiamo che la stagione dei dividendi non è archiviata, può ancora fare gola».

Quanto ossigeno è rimasto, dopo il rally d’inizio anno? «Diverse banche d’affari hanno fissato l’obiettivo a quota 3.050 per l’S&P500», annota Longo. Equivarrebbe a un ulteriore guadagno di 4 punti percentuali dai livelli attuali. Chi resta investito, però, è pronto a scattare al primo segnale. «Molti grandi investitori sono usciti dai fondi per posizionarsi sugli Etf: strumenti passivi che si prestano a operazioni di trading più veloci: vogliono essere nelle condizioni di reagire con immediatezza a eventuali choc», spiega Longo. Convinto che un improvviso fuggi fuggi possa innescarsi quando, forse nella riunione di metà giugno, la Fed inizierà a ventilare l’ipotesi di riprendere la stretta monetaria, verso fine anno. «La soglia da tenere d’occhio è tra 2.770 e 2.780 punti. Fino a questo livello può trattarsi di una correzione fisiologica. Al di sotto inizierei a preoccuparmi», dice. Quali piazze privilegiare? «Il quadro rimane migliore negli Stati Uniti rispetto all’Europa — chiosa Montagna —. Avere una parte del portafoglio esposta agli Emergenti è ragionevole, nonostante le incognite sulla Cina».

Pieremilio Gadda

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