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Borse Ue positive con gli indici Pmi

«Resistenza». Oppure, usando un termine più affine all’economia, «resilienza». Sono queste, a ben vedere, le parole che meglio inquadrano la seduta delle Borse europee di ieri. Dopo il tonfo di martedì, l’attesa degli investitori era alta. In particolare perchè, al di là dell’«affaire Wolksvagen» che ha contribuito non poco a deprimere i listini, tutti aspettavano il dato sul Pmi cinese. Ebbene, il Purchase managers’ index manifatturiero di settembre si è assestato a quota 47. Si tratta, a ben vedere, di un dato al di sotto delle stime degli esperti e sui livelli più bassi dal 2009. Insomma, l’ulteriore conferma di come la seconda economia mondiale stia rallentando.
A fronte di un simile numero la preoccupazione che i mercati del Vecchio continente potessero nuovamente cadere era elevata. Così, invece, non è stato. Le Borse in generale, con l’eccezione di Madrid(-0,79%), sono a rimaste al di sopra la parità. Per l’appunto hanno resistito, sono state resilienti. Al che viene da chiedere: per quali motivi? I n primis possono richiamarsi cause tecniche. Dopo un forte calo, gli investitori spesso si ricoprono. Cioè, avendo venduto allo scoperto, chiudono le posizioni. Con il che gli intermediari devono acquistare sul mercato i titoli per girarli ai clienti che, a loro volta, li cedono (contabilmente) agli acquirenti. Questo meccanismo ha l’effetto di creare, per l’appunto, un flusso in acquisto che sostiene i listini.
Ma non sono solamente gli elementi tecnici. Dapprima deve ricordarsi lo stop alle vendite nel comparto automobilistico. Oltre a ciò, poi, hanno inciso i «fondamentali» europei. Analizzando l’andamento dell’Euro Stoxx 50 si nota come l’indice di Eurolandia abbia accelerato a metà mattinata. Vale a dire, più o meno, in coincidenza con la pubblicazione dei Pmi del Vecchio continente. Dal che può dedursi che l’indice sul sentiment dei direttori d’acquisto delle aziende ha dato una mano. Quali, allora, i dati in particolare ? In primis deve ricordarsi quello francese. A Parigi l’economia ha dato alcuni «segnali di vita». Il Purchase managers’ index è arrivato, in prima lettura, a quota 50,4. Vale a dire: un livello superiore alla soglia di 50 che separa la fase espansiva da quella della contrazione economica. In Germania, invece, il Pmi manifatturiero è sceso. Nonostante la dinamica al ribasso, però, il Pmi è rimasto ben oltre la soglia limite (52,5). Analogamente, a quello dell’intera Eurozona (52).
Al che i mercati hanno voluto vedere il bicchiere mezzo pieno. Quest’impostazione è bene rappresentata da un report di Marco Valli Chief, Eurozone Economist di UniCredit. L’economista ha sottolineato come i Pmi hanno esibito «una buona resistenza». La conferma, cioè, «che il problemi dei Paesi emergenti non fanno deragliare il recupero dell’Eurozona». Quest’ultima, tra le altre cose, continua da una parte a beneficiare «della svalutazione dell’euro», soprattutto nei confronti del dollaro; e dall’altra, anche grazie al calo dei costi energetici, «della ripresa della domanda domestica».
Fin qui l’Europa: ma gli Stati Uniti? Detto che il Pmi manifatturiero degli Usa è salito a 53 punti, Wall Street ha viaggiato tutto il pomeriggio in ribasso per restare debole (pur con alti e bassi) fino alla chiusura. La dinamica, secondo diversi investitori, non è stata conseguenza di precisi market mover. Certo, verso le 15.00 sono arrivati i primi lanci di agenzia sulle parole di Mario Draghi (si veda articolo sopra). E tuttavia la Borsa americana non è ha tratto grande giovamento. Fin qui l’azionario: quale invece la dinamica nel mondo del reddito fisso? Lo spread BTp-Bund ha chiuso in calo a 114 punti base, con il tasso del BTp decennale all’1,74%. La differenza di rendimento tra il Bonos e il Bund, dal canto suo, si è assestata quota 137. L’euro infine è leggermente salito nei confronti del dollaro.

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