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Borse Ue in calo, timori sulla recessione

Le banche centrali «fanno» i mercati. Sono loro che, in questo momento, dettano la linea. La prova? L’andamento dei listini di ieri che, in Europa, hanno chiuso in ribasso: da Milano (-0,3%) a Francoforte (-0,73%) fino a Parigi (-0,77%). Ebbene, il saldo negativo è conseguenza di un balletto degli indici (un po’ su e un po’ giù) dove il «la» è stato dettato, per l’appunto, dagli istituti centrali.
Le note iniziali sono arrivate dal lontano Oriente. In Giappone la BoJ, nella prima riunione sotto la presidenza di Haruhiko Kuroda, ha varato l’attesa manovra ultra-espansiva: raddoppio della base monetaria e shopping di titoli di Stato e Etf al ritmo di 75 miliardi di dollari al mese. Insomma, per i mercati è liquidità a «go go». Tanto che, nonostante l’escalation della crisi politico-militare legata alla Corea del Nord, la piazza di Tokyo ha chiuso in rialzo del 2,2%. E, in Occidente, i listini Ue hanno aperto positivi. «In altri tempi – è il leit motiv – la eco di possibili tamburi di guerra avrebbe prodotto ben altri conseguenze». Ma, per l’appunto, ieri i market mover erano le banche centrali che, durante la giornata, si sono passati il testimone.
Così, dopo il passaggio «scontato» della Bank of England, l’altro appuntamento era con la Bce. Il governatore Mario Draghi, lasciato invariato il costo del denaro, ha tuttavia prodotto un effetto contrario rispetto alla BoJ. Fino a poco prima delle sue parole, infatti, le Borse europee viaggiavano ancora al rialzo. Avviata, però, la conferenza stampa hanno virato verso il basso.
Il motivo? È presto detto. Draghi, da un lato, ha sottolineato che l’inflazione di Eurolandia è scesa ancora; e, dall’altro, ha affermato che la prevista ripresa della seconda metà dell’anno «è soggetta a rischi al ribasso». Insomma, il contagio da recessione sui Paesi non al centro della crisi dell’euro è sempre più probabile. A fronte di un simile messaggio, inevitabilmente, gli investitori hanno iniziato a vendere.
Un flusso di «sell» che, in scia al cattivo dato sull’occupazione statunitense pubblicato nel primo pomeriggio, avrebbe potuto subito spingere ancora più giù le piazze europee. Così, però, non è stato. Wall Street, infatti, ha aperto comunque al rialzo.
Cioè, sull’altra sponda dell’oceano Atlantico, da una parte, si è data maggiore rilevanza alla nuova strategia giapponese; e, dall’altra, è stata presa per «buona» solamente la parte dell’intervento di Draghi in cui veniva confermata la politica monetaria accomodante. Il sostegno di Wall Street, che in serata proseguiva comunque al rialzo, è tuttavia durato poco. Tanto che, per l’appunto, i listini Ue hanno chiuso in calo.
Fin qui la liquidità e le banche centrali: quali, però, gli altri fattori (seppure non così rilevanti) della seduta? In primis, deve ricordarsi l’asta di Titoli di Stato in Spagna. Madrid ha collocato 4,3 miliardi di titoli a medio-lungo, con tassi in ribasso sulle scadenze a 5 e 8 anni. Insomma, la vendita è andata bene. Un evento positivo che, a differenza del passato, non ha tuttavia avuto un forte impatto sul mercato del reddito fisso.
Lo spread Bonos-Bund, infatti, è addirittura salito oltre 366 punti base, contro i 362 di due giorni fa. Migliore la dinamica del differenziale italiano che di fatto è rimasto invariato a quota 332 (erano 330 mercoledì scorso).
A ben vedere, la dinamica dello spread del Belpaese è stata influenza più dal movimento del Bund che da quello del BTp. Quest’ultimo, coerentemente con il minore stress sui governativi periferici, ha visto il suo saggio scendere al 4,55%. Nello stesso tempo, però, anche il rendimento del bond tedesco si è ulteriormente schiacciato all’1,23%. Il segnale, evidentemente, della paura sul futuro della congiuntura europea alimentata da Draghi. Ma non solo. La contemporanea salita delle quotazioni di BTp e Bund è anche conseguenza degli acquisti in arrivo da fuori di Eurolandia. In particolare dal Giappone. Di nuovo, è l’effetto delle mosse dei banchieri centrali.

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