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Borse Ue in calo con il debutto del quantitative easing della Bce

l via ufficiale delQuantitative easing della Bce, che fino al settembre 2016 iniettera sui mercati 60 miliardi di euro con l’obiettivo di rilanciare l’Europa con il calo dei tassi e la ripresa dell’export, coincide con le prime prese di beneficio delle Borse che nelle ultime settimane erano salite ai loro massimi storici (in particolare Londra e Francoforte) proprio in vista della manovra di Francoforte. Gli investitori cercano quindi di monetizzare il rally delle ultime sedute, in previsione anche di quello che potrebbe accadere negli Stati Uniti. Gli ultimi dati sull’occupazione hanno mostrato hanno mostrato un’economia in salute e in solida ripresa: per questo i mercati temono che la Fed possa decidere di avviare il rialzo dei tassi già a giugno.

Un’eventuale stretta monetaria negli Usa, tuttavia dovrebbe essere bilanciata proprio dalla liquidità in arrivo dal Vecchio continente: solo sull’Italia potrebbero arrivare 150 miliardi di euro. Gli effetti più importanti, comunque, si vedranno sul rendimento dei titoli di Stato e sul calo dello spread: anche per questo l’attenzione – in Italia – è rivolta alle prossime aste di Bot e Btp in agenda mercoledì e giovedì. Ad alimentare le preoccupazione dei mercati contribuisce anche la crisi greca: oggi si riunisce l’Eurogruppo, che però ha già bocciato le proposte di Atene annunciando che a marzo non riceverà alcun prestito. Dal punto di vista macroeconomico, la seduta odierna è piuttosto avara di appuntamenti di rilievo: in Germania si registra il lieve calo del surplus della bilancia commerciale della germania che a gennaio è risultato pari a 19,7 miliardi dai 21,39 miliardi di dicembre. Il saldo è frutto di esportazioni in calo del 2,1% sul mese e di importazioni in calo dello 0,3 per cento.

Il Giappone, intanto, è uscito dalla recessione tecnica nel trimestre ottobre-dicembre 2014, ma a un passo più lento rispetto ai dati preliminari: il Pil cresce dello 0,4% su base congiunturale e dell’1,5% su base annuale a fronte, rispettivamente dello 0,6% e del 2,2% annunciati dall’Ufficio di gabinetto il 16 febbraio. Il Giappone registra a gennaio un surplus delle partite correnti per il settimo mese di fila, pari a 61,4 miliardi di yen (circa 470 milioni di euro), sostenuto dall’aumento delle esportazioni e dall’indebolimento dello yen. Si tratta, secondo i dati del ministero delle Finanze, di una netta inversione di tendenza sul “rosso” di 1.590 miliardi di yen di gennaio 2014: grazie all’export in aumento del 15,3% e all’import in calo dell’8,9%, il deficit commerciale scende in 12 mesi da 1.540 miliardi a 864,2 miliardi di yen.

Ancora debole la moneta unica europea che resta ai minimi dal 2003 contro il dollaro toccati venerdì: l’euro passa di mano a 1,08; lo yen è a 131,3. Lo spread è stabile in area 90 punti base con i Btp che rendono l’1,3%. A Milano Piazza Affari è in calo dello 0,6% in linea con gli altri mercati del Vecchio continente.

In mattinata la Borsa di Tokyo ha terminato gli scambi a -0,95%, scontando il deludente dato del Pil e l’occupazione Usa di febbraio che venerdì ha certificato la creazione di 295.000 posti di lavoro, consolidando l’ipotesi di un prossimo rialzo dei tassi. L’indice Nikkei, nel giorno dell’avvio del Qe da parte della Bce e con le turbolenze legate al salvataggio della Grecia, cede 180,32 punti e si attesta a quota 18.790,55.

Venerdì sera, Wall Street ha archiviato la seduta vicino ai minimi di giornata, colpa dei timori per un rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, magari già a giugno. A riaccenderli è stato il rapporto sull’occupazione americana, a febbraio decisamente migliore delle stime. E così gli indici hanno archiviato la seconda settimana di fila di ribassi. Il focus ora si sposta sulla riunione della Fed in calendario i prossimi 17 e 18 marzo. Il comunicato che verrà diffuso potrebbe non contenere la parola “paziente” riferita ai tassi, segno che la stretta si avvicina. Il mese scorso il governatore Janet Yellen aveva tentato di tranquillizzare dicendo che l’eliminazione di quel vocabolo – usato nelle ultime due riunioni, quelle di dicembre e gennaio – non implicherebbe necessariamente una stretta imminente ma venerdì i trader hanno pensato al peggio. Il Dow Jones ha ceduto l’1,54%, l’S&P 500 ha perso l’1,42%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno l’1,11%.

Sul fronte delle materie prime le quotazioni del petrolio sono in ribasso sul mercato after hour di New York con i contratti sul greggio Wti con scadenza ad aprile che perdono 29 centesimi a 49,32 dollari al barile mentre il Brent scende di 52 centesimi a 59,21 dollari. In lieve rialzo le quotazioni dell’oro dopo la forte caduta di venerdì scorso che lo avevano portato fino sotto i 1.160 dollari l’oncia: il lingotto con consegna immediata guadagna lo 0,4% e viene scambiato a 1.170 dollari l’oncia.

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