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Borse Ue in caduta, sterlina ai minimi da 7 anni

Notizie negative sull’economia americana e qualche dubbio in più sulle prossime mosse della Banca centrale europea (Bce) dopo le immancabili dichiarazioni del «falco» tedesco Jens Weidmann sarebbero di per sé probabilmente già sufficienti per mettere di malumore i mercati finanziari. Ma come ormai avviene da qualche mese a questa parte è soprattutto il prezzo del petrolio a guidare le mosse degli investitori e a ridestare (come ieri) l’avversione al rischio.
Così, in uno schema ormai consolidato, al calo dei prezzi del greggio (il Wti è anche tornato sotto i 31 dollari al barile) hanno risposto come per un riflesso condizionato le Borse registrando in Europa perdite significative (Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 2,59%, Madrid ha fatto ancora peggio perdendo il 3,07%). E al tempo stesso hanno rialzato la testa i beni rifugio del momento: lo yen, che si è portato ai massimi dall’ottobre 2014 sul dollaro; il Bund tedesco (tasso decennale allo 0,14% come non si vedeva dalla scorsa primavera); il Treasury americano (sceso all’1,67%) e pure l’oro, che con un’impennata fino a 1.250 dollari l’oncia ha registrato i massimi da un anno. Fa eccezione la sterlina, caduta ai minimi da 7 anni sul dollaro sui timori di un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.
Tutto nasce insomma dal petrolio, e dalle parole con le quali il ministro saudita Ali al-Naimi ha rincarato la dose dopo quanto detto alla vigilia su possibili riduzioni della produzione, avvertendo che il Paese può convivere con un prezzo del barile a 20 dollari. I dati successivi sulle scorte settimanali Usa (in rialzo, ma meno di quanto stimava l’American petroleum institute) hanno poi provocato un recupero delle quotazioni, ma per le Borse europee era ormai troppo tardi. Per Fitch difficilmente quest’anno i prezzi potranno aumentare e l’agenzia stima, sia per il Brent sia per il Wti, una media di 35 dollari per il 2016.
Come anticipato, non c’è il solo greggio a preoccupare gli investitori, perché se si guarda all’economia americana si scopre un clima fra le imprese del settore servizi in deterioramento (l’indice Pmi di febbraio è sceso a 49,8 punti, sotto il livello di 50 punti che per convenzione separa un’espansione da una contrazione delle attività) e un settore immobiliare ancora in panne (a gennaio le vendite di nuove abitazioni si sono ridotte del 9,2%).
L’Europa, da parte sua, non gode di certo e non contribuisce a migliorare l’umore il continuo voler «mettere i puntini sulle i» di Weidmann: il presidente della Bundesbank (che a causa della rotazione il prossimo 10 marzo non avrà comunque diritto di voto nella riunione Bce) ha lanciato un avvertimento sui rischi e sugli effetti collaterali legati a una politica monetaria ultra-accomodante, che «non possono essere semplicemente ignorati». Non è però riuscito a frenare del tutto le attese elevate che gli investitori hanno sul prossimo appuntamento dell’Eurotower, se è vero che ormai il 45% dei titoli di stato tedeschi hanno rendimenti inferiori a -0,30% e sarebbero di fatto inacquistabili nell’ambito del quantitative easing senza un ulteriore abbassamento del tasso sui depositi.
Anche lo stesso spread fra BTp e Bund, dopo una fiammata a metà seduta sopra 140 punti base, si è poi attestato a quota 138, ma il decennale italiano è rimasto all’1,53% e la differenza rispetto alla vigilia è quasi interamente dovuta all’afflusso di denaro sui titoli tedeschi. In un simile contesto il Tesoro è riuscito a collocare BTp indicizzati all’inflazione europea con scadenza 2032 per 904 milioni di euro a un tasso lordo dell’1,22%. Le richieste degli investitori sono state pari a 1,33 miliardi, ma oggi già si replica con i BoT a 6 mesi (fino a 6,5 miliardi) mentre domani ci saranno da piazzare BTp a 5 e 10 anni e CcT per un ammontare complessivo compreso fra 6,75 e 8,25 miliardi: un finale di settimana decisamente più impegnativo.
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