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Borse Ue, giornata di vendite

Decisa avversione al rischio sui mercati europei ieri, in avvio di settimana, sui timori di un’escalation nei rapporti tra Usa e Iran. Piazza Affari ha archiviato la seduta dell’Epifania in calo dello 0,51%, ma in deciso recupero dai minimi grazie all’andamento di Wall Street che dopo, un avvio in rosso, si è portata sulla parità. Spread in rialzo a 165 punti base.

Secondo quanto reso noto da Borsa Italiana il controvalore provvisorio degli scambi è stato pari a 2,12 mld euro circa, in aumento rispetto ai 2,07 mld euro dell’ultima seduta, di venerdì 3 gennaio.

Hanno chiuso in negativo anche le principali borse europee: Londra -0,62%; Francoforte -0,7%; Parigi -0,51%; Madrid -0,47%.

A tenere banco sono state, comunque, le tensioni geopolitiche fra Washington e Teheran a seguito dell’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani durante un attacco americano al suo convoglio in Iraq. Inoltre, il parlamento di Baghdad ha approvato una risoluzione che prevede l’espulsione delle truppe internazionali dal territorio iracheno.

Nel listino principale di Piazza Affari, in rialzo Eni (+1,49%) su cui Goldman Sachs ha rivisto il target price da 19 euro a 20 euro per azione, confermando a buy il rating.

Segno più anche su Tenaris (+0,59%) e Saipem (+0,23%).

In ascesa pure Leonardo (+2,79%) e Enel (+0,21%) e poco mosse Hera (-0,16%) e Amplifon (+0,08%).

In calo invece le banche: Banco Bpm -2,35%, Bper -2,05%, Mediobanca -0,91%, Intesa Sanpaolo -0,4%, Unicredit -1,85%, Ubi B. -0,81%. Vendite anche su Nexi (-3,93%) e Stm (-2,28%)

Nel resto del listino in ascesa Confinvest. Ieri è stata un’altra giornata in rally per il leader italiano come market dealer di oro fisico da investimento. La società, in concomitanza con il rally dell’oro, ha chiuso anche ieri in forte progresso registrando un +25,5% a quota 5,02 euro.

I prezzi del petrolio Usa hanno azzerato i guadagni e ieri il barile di banchmark Usa, il Wti, è sceso a 63,11 dollari. Il Brent è stato trattato a 68,80 dollari al barile.

Gli analisti hanno fatto notare come non sia scontato che la conseguenza dell’attacco Usa contro l’Iran siano interruzioni effettive alle forniture di petrolio. «Riteniamo che l’attuale premio al rischio incorporato nei prezzi del greggio sia già elevato, con un’effettiva interruzione dell’offerta ora necessaria per sostenere prezzi vicino ai livelli attuali», hanno affermato gli analisti di Goldman Sachs. «La gamma di scenari potenziali è molto ampia», hanno detto gli esperti, secondo cui una conseguenza delle tensioni geopolitiche potrebbe essere invece una forte riduzione «della domanda di petrolio, il che sarebbe negativo per i prezzi».

Dollaro in rialzo sull’euro scambiato a 1,1194.

Prosegue, dunque, il sentiment negativo di venerdì scorso dopo l’uccisione di Qassem Soleimani. Teheran ha reso noto che non si ritiene più vincolata dai limiti all’arricchimento dell’uranio stabiliti dall’accordo del 2015 sul nucleare. «A pesare», ha spiegato il capo di una sim milanese, «è sempre il tema geopolitico, in particolare le tensioni in Libia e i rapporti Usa-Iran».

Sul sentiment grava «l’escalation nel Medio Oriente, inattesa e sgradita. Ora gli investitori sono totalmente in modalità difensiva, sperando per il meglio, ma temendo il peggio», ha sottolineato Craig Erlam, Senior Market Analyst di Oanda. Quello che si sta registrando sui mercati non è proprio l’inizio d’anno «che gli investitori cercavano, visti gli immediati timori sulla situazione in Iran», ha evidenziato Stephen Innes, chief Asia market strategist di AxiTrader. Michael Hewson, chief market analyst di Cmc markets, ha citato «i timori crescenti di un’ulteriore escalation tra gli Usa e l’Iran».

«Ora che un accordo sul commercio di Fase 1 tra gli Stati Uniti e la Cina sembra verrà siglato entro la metà del mese, i mercati devono fare i conti con la prospettiva di un sostenuto livello di tensione tra gli Usa e l’Iran per i prossimi mesi, ha aggiunto questo esperto, «l’aumento dei prezzi del petrolio «crea preoccupazioni sull’impatto sull’economia globale, già fragile», mentre un bene rifugio come l’oro ha «toccato i massimi da aprile 2013», ha concluso l’analista.

Sul fronte macro da segnalare che il Pmi servizi Usa, nella lettura finale di dicembre, si è attestato a 52,8 punti, in aumento rispetto a quota 51,6 di ottobre e alla lettura preliminare a 52,2. C’è stato un aumento più rapido dell’output e dei nuovi ordini ma le pressioni inflazionistiche si sono intensificate, sostengono gli economisti di Ihs Markit.

In Europa, invece, l’indice Pmi composito finale di dicembre, elaborato da Ihs Markit, si è attestato a 50,9 punti, in lieve rialzo rispetto ai 50,6 punti di novembre. Il dato è leggermente superiore alla lettura preliminare e al consenso, entrambi a quota 50,6.

L’indice finale relativo al settore dei servizi si è invece attestato a 52,8 punti, in rialzo rispetto ai 51,9 del mese precedente e al di sopra del preliminare e del consenso a 52 punti.

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