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Borse, il super rally fa dimenticare le perdite del 2018

«All’inferno e ritorno». Questa la parabola di Wall Street e del mercato azionario mondiale negli ultimi sei mesi nel corso del quale la Borsa americana è arrivata a perdere quasi il 20% dai massimi di settembre ai minimi di fine dicembre salvo poi recuperare altrettanto velocemente le perdite e ritornare sui massimi storici proprio in questi giorni. La stagione delle trimestrali sta andando meglio del previsto e ciò sta dando una notevole spinta ai listini. Ma il vero catalizzatore è stata la politica monetaria della Fed. Se negli ultimi mesi del 2018 la prospettiva di una stretta sui tassi da parte della banca centrale Usa combinata con la paura di una recessione globale aveva riportato ai massimi la volatilità innescando il rapido dietrofront dei listini, con il nuovo anno tutto è cambiato: la Fed si è rimangiata la parola rinviando la stretta sui tassi a data da destinarsi, tutta la negatività che aveva caratterizzato gli ultimi mesi dello scorso anno è rapidamente svanita e le Borse hanno rapidamente recuperato le perdite.

I numeri del maxi-rimbalzo

Il rimbalzo ha garantito ottimi ritorni di investimento a chi ha azzeccato i tempi giusti. Da inizio anno l’indice Msci World ha guadagnato il 15,4% (nello stesso periodo dell’anno scorso l’indice registrava una perdita dell’1%). Wall Street, tornata sui massimi storici, ha messo a segno un rialzo del 17% sull’S&P500 (-2,27% nello stesso periodo dell’anno scorso) e addirittura del 22,4% sull’indice tecnologico Nasdaq (ieri al nuovo record intraday) che un anno fa risultava invariato. In Europa è stata in particolare Piazza Affari a brillare con un rialzo del 18,5% che spicca in un mercato europeo che ha guadagnato in media il 15 per cento. Tra le cento maggiori società quotate al mondo ci sono titoli come Facebook o Netflix che hanno messo a segno rialzi di oltre il 40 per cento. A Milano le azioni Azimut sono state capaci di guadagnare fino all’80 per cento. Se si escludono le telecomunicazioni (-0,14% da inizio anno) in Europa tutti i settori hanno registrato rialzi notevoli con exploit per la tecnologia (+27%), le costruzioni (+23,4%), le vendite al dettaglio (+23%), le materie prime (+22%) e l’auto (+21,6%). Positiva anche la performance delle Borse emergenti (+12%), il cui andamento tende storicamente a beneficiare di una politica espansiva da parte della Fed. Un vero e proprio rally infine è stato messo a segno dalle borse cinesi: +28% Shanghai, +37% Shenzen sulla spinta degli stimoli fiscali e monetari varati dalle autorità.

Il saldo negativo dei fondi

Il mercato era preparato a un’inversione di rotta tanto brusca? Si direbbe di no a giudicare dai riscatti (quasi 90 miliardi di dollari) che da inizio anno ha penalizzato i fondi azionari. «Per molti investitori il ribasso dalle Borse alla fine del 2018 è stato uno shock ed è probabile che in questi primi mesi del 2019 in molti abbiano preferito vendere invece che approfittare del rimbalzo» spiega Edwin Walczak, senior Portfolio Manager di Vontobel AM specializzato nel mercato americano. Una conferma della prudenza con cui molti addetti ai lavori hanno accolto cambio di rotta dei listini emerge anche dai sondaggi tra i gestori condotti mensilmente da Bank of America Merrill Lynch. Fino a marzo buona parte degli intervistati dichiarava di voler ridurre la sua esposizione sul segmento equity e solo ad aprile si è visto un miglioramento. Come se gli addetti ai lavori avessero avuto bisogno di tempo per metabolizzare l’inversione di rotta dei listini. Vero è che, guardando al futuro, tutti questi elementi in favore delle Borse non ci sono. Sul tavolo resta sempre l’incognita sulla fine del ciclo negli Stati Uniti dopo oltre 10 anni di crescita e tanti indicatori (uno su tutti il tasso di disoccupazione ai minimi da 50 anni) a dimostrare che la macchina è su di giri da tempo. Il 66% dei i gestori oggi dichiara di attendersi un peggioramento delle prospettive di crescita e inflazione mentre il 70% vede una recessione globale dalla seconda metà del 2020.

Le incognite sul futuro

Lo scenario in altre parole non è dei migliori per esporsi sull’azionario. Eppure il mercato continua a salire a dispetto di tutte le “cassandre” che vedono nero. Vero è che le valutazioni, almeno negli Stati Uniti, non segnalano particolari rischi di bolle speculative: le società del listino S&P500 capitalizzano in media 17,5 volte gli utili attesi che è un valore in linea con quanto visto nell’ultimo quinquennio. Ai tempi dello scoppio della bolla internet di inizio anni 2000 l’S&P500 arrivò a valere oltre 25 volte gli utili attesi. C’è da dire che anche la Borsa ha beneficiato abbondantemente della politica di tassi bassi e molte aziende in questi anni ne hanno approfittato indebitandosi a costi bassi per finanziarie piani di riacquisto di azioni proprie contribuendo in tal modo alla crescita dei corsi azionari (per non parlare dei bonus ai top manager…). Si calcola che in 10 anni le società quotate Usa abbiano messo sul piatto oltre 4600 miliardi di dollari per i piani di buyback. Più dei 4100 miliardi immessi dalla Fed con il Quantitative easing. Il problema è che così facendo hanno peggiorato la loro situazione debitoria. Per anni al mercato è andata bene così ma da qualche tempo il clima è cambiato. Ben il 44% dei gestori oggi considera le aziende Usa eccessivamente indebitate ed è in crescita la quota di investitori che preferirebbe un’utilizzo diverso delle risorse: investimenti in primis. Ma che siamo sicuri che Borsa americana resterà a galla senza una forma importante di sostegno come quella dei buyback?

Andrea Franceschi

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