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Borse sull’ottovolante: il rialzo può attendere

di Alberto Ronchetti

Da mesi siamo qui a chiederci se l'Europa è in recessione (probabilmente sì), se la volatilità dei mercati terminerà presto (certamente no), se verrà messo rapidamente in sicurezza il debito degli Stati occidentali (altrettanto certamente no) e se l'euro scoppierà (la risposta non la sa nessuno).

Tutte incertezze che pesano sui mercati e sul mood degli investitori, adesso decisamente incline verso il pessimismo. Gli analisti tecnici e fondamentali, considerando lo stato generale dell'economia, non vedono la possibilità di un solido sviluppo in positivo del trend dei mercati prima di tre o quattro anni. Fermo restando, ovviamente, che in questo periodo saranno sempre possibili rimbalzi – anche cospicui – in grado di far guadagnare l'investitore attento ai segnali.

Eppure la road map prospettica sull'evoluzione dei listini azionari – certamente da prendere con le molle, ma comunque intrigante da un punto di vista psico-mediatico e finora confermata dall'andamento reale – è lì, da dieci anni a questa parte. Si tratta della sovrapposizione dell'andamento ciclico (vedi grafico in alto) del Dow Jones dopo la crisi del 1929, del Nikkei dopo la caduta in recessione nel 1990 e del Nasdaq dopo lo sboom dell'internet-mania nel 2000.

Una curva che abbiamo proposto più volte, negli ultimi anni, ma che comunque è sempre più interessante e che – più passa il tempo – sembra ricalcare molto gli andamenti passati. Ovviamente c'è da chiedersi perché, in epoche e contesti economici diversi, ciò accada. Nessuno ha una risposta. Forse una questione ciclico-economica e psicologica.

Ma il dato di fatto è che in tutti i mega-bear deflazionistici dell'ultimo secolo, dopo tre anni circa di caduta libera dal massimo di partenza, è stato raggiunto un minimo (nel 2003, se ci riferiamo al ciclo che stiamo vivendo) che ha innescato un rimbalzo di circa 3-4 anni (fino al 2007) seguito da un bear market di un paio d'anni (fra il 2007 e il 2008). Poi un ulteriore recupero, seguito da un'altra gelata sui listini che, secondo questo pattern, dovrebbe durare fino al 2014-2015, quando sarà raggiunto un bottom che – in un ambiente di mercato comunque molto volatile – dovrebbe dare il via a un rialzo secolare degli indici azionari.

Una cosa ancora più intrigante è che il turning point verso un Toro di lungo periodo (cioè il 2014-2015) corrisponde – per molti analisti e gestori – al tempo necessario per avere una visibilità chiara sulle prospettive dell'Europa e sulla sostenibilità dell'euro/debiti pubblici nazionali, che oggi rappresentano i nervi più scopetrti dei mercati finanziari.

Quindi, da questo punto di vista, ancora per tre o quattro anni non c'è da attendersi granchè dall'equity. Anzi, l'investitore più accorto dovrebbe stare lontano dall'azionario, riservandosi casomai solo interventi di trading sui possibili mini-rally sempre possibili. Ovviamente, come osserva l'analista indipendente Francesco Caruso, «anche se siamo in una congiuntura di estrema difficoltà, perfino più di quella del 2000 o del 2008, perché l'investitore non ha più porti sicuri dove rifugiarsi, al fondo vi è sempre una luce. Il fatto è che non so, e nessuno può ragionevolmente sapere, quanto sia vicina o lontana una svolta su mercati ancora molto vulnerabili».

Un'altra incognita – più sofisticata, ma non per questo da trascurare – è capire cosa potrebbe, fra due anni o fra cinque, innescare un rialzo solido dei listini. In altre parole, quello che è stato internet e la diffusione tecnologica negli anni 90, cosa potrà essere nel 2015 o giù di lì? Forse, come suggerisce Caruso, «la prossima secolarità positiva sarà dominata dall'healthcare e dalle biotecnologie, perché le curve demografiche indicano un invecchiamento della popolazione e quindi una domanda di cure mediche».

Intanto però la quasi certezza è che le 27 nazioni dell'Unione europea entreranno in una fase di recessione già dal trimestre in corso. Una situazione non facilmente superabile, anche perché la capacità del "polmone bancario" di trasferire all'economia reale risorse per lo sviluppo è bloccata dalle difficoltà del sistema creditizio. Quindi, ancora per un bel po', i nostri listini sono destinati a restare al palo.
 

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