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Borse spinte dai venti di guerra

di Morya Longo e Walter Riolfi

Guardando l'andamento delle borse di tutto il mondo non si direbbe che sia appena iniziata una guerra. Ieri Wall Street ha guadagnato l'1,5% e i listini europei l'1,76%, chiudendo per la terza giornata consecutiva in rialzo. La Borsa americana ha addirittura recuperato tutte le perdite subite dopo il terremoto del Giappone e, dal picco del 18 febbraio, ha lasciato sul terreno solo il 3,3%. Eppure, da allora Gheddafi ha bombardato i civili, in Giappone c'è stato un terremoto distruttivo con lo strascico di una catastrofe nucleare, l'Arabia Saudita ha invaso il Barhain e in Libia è scoppiata una guerra. Ma i mercati, nonostante tutte le conseguenze che questi avvenimenti potrebbero avere sull'economia mondiale e sul prezzo del petrolio, hanno reagito come se nulla di eccezionale fosse successo. O come se fossero mossi da logiche differenti.

La seduta di ieri è emblematica. Tokyo ha recuperato il 2,72%. Nel Vecchio continente, Londra ha guadagnato l'1,19%, Parigi il 2,47%, Francoforte il 2,28% e Milano l'1,56%. I titoli di stato, tradizionalmente considerati beni rifugio, sono stati invece venduti: in America i decennali hanno infatti rialzato i rendimenti di 5 punti base al 3,32%. A far tornare il buon umore sui mercati – dicono gli analisti – sono tanti motivi. Gli investitori sono rincuorati dal fatto che l'incidente nucleare in Giappone non stia procurando ulteriori preoccupazioni (come se non bastassero i danni già arrecati) e da una guerra in Libia che non pare poter degenerare. Ieri è arrivata, dicono gli esperti, anche la ciliegina sulla torta: la vendita di T-Mobile Usa da Deutsche Telekom ad At&T, operazione vista dal mercato come il ritorno alla normalità e alla voglia di investire. Non a caso tutti i titoli delle telecomunicazioni ieri sono volati, con il sotto-indice europeo in rialzo del 3,65%.

A ben guardare questi ragionamenti sono più dei pretesti che reali motivazioni. Innanzitutto perché la guerra in Libia e la situazione nucleare in Giappone sono tutt'altro che risolte. Poi, perché il prezzo del petrolio ha ripreso a salire, con il Wti che ha chiuso in rialzo a 102,2 dollari e il Brent a 114,8, vicinissimo ai massimi d'inizio mese. Non è una buona notizia, perché potrebbe zavorrare la già debole ripresa economica in Europa e Usa. Senza contare che se se il Giappone dovesse sostituire l'energia nucleare con il petrolio, la domanda crescerebbe, secondo i calcoli della Iea, di 200mila barili al giorno. Guardando all'Europa, anche la situazione in Portogallo sembra peggiorare. Sull'orlo di una crisi di governo, il ministro delle finanze ha ventilato l'ipotesi che il paese possa chiedere aiuti all'Europa. Mesi fa, una notizia del genere avrebbe creato turbolenze sul mercato, mentre ieri lo spread sui Bund è sceso di 9 centesimi a 4,32 punti percentuali.

In realtà, Wall Street ci ha abituato a salutare con significativi rialzi lo scoppio di una guerra. Così è avvenuto dopo il 17 gennaio 1991 (+3,7% appena lanciata l'operazione Desert Storm in Iraq), dopo il 24 marzo '99 (+1,7% con i bombardamenti Nato nella ex Jugoslavia) e ancora il 20 marzo 2003 (+2,3% con Iraqy Freedom). Va notato che dopo il 7 ottobre 2001, con la guerra in Afganistan, l'S&P aveva semmai perso lo 0,8%, ma a distanza di 3 settimane l'indice era salito del 3%, pur in presenza di un mercato Orso. Le condizioni dell'economia e dei mercati erano differenti in ciascuno di questi 4 avvenimenti, come pure erano diverse le aspettative economiche derivanti dagli eventi bellici: cosicchè sarebbe semplicistico assimilare le reazioni di borsa. Tuttavia c'è una forte componente psicologica che scatena un entusiasmo tra gli operatori allo scoccare di un conflitto.

Ieri, si direbbe, che la psicologia ha fatto da padrona, se persino i titoli dei costruttori di case sono saliti assieme all'indice, pur dopo un crollo nella vendita di abitazioni che riporta il mercato immobiliare al fondo di qualche mese fa. E i guadagni delle azioni poco si sposano con la risalita dei prezzi del petrolio e ancor meno con quella dell'oro e dell'argento acquistati per la loro natura difensiva.

 

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