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Borse, recuperati 12mila miliardi dai minimi

Se si volesse giudicare il primo trimestre del 2016 delle Borse solo dal saldo finale dell’indice più rappresentativo, l’S&P 500 di Wall Street, si potrebbe dire che è stato un avvio d’anno «senza infamia e senza lode». In realtà quel -0,29% registrato da inizio anno dal paniere delle blue chip americane racconta solo una parte della verità. Per avere una fotografia più chiara di come è stato questo avvio d’anno sui mercati azionari bisogna osservare il grafico in pagina dal quale si può chiaramente constatare un crollo pesante nel primo mese e mezzo seguito da un successivo recupero. L’indice della Borsa americana è arrivato a perdere oltre il 9% per poi mettere a segno un rimbalzo dai minimi dell’11 febbraio di 11 punti. Mutatis mutandis è andata così su tutti i principali mercati azionari mondiali. Con oscillazioni più o meno marcate.
L’ottovolante dei listini
L’indice Nikkei giapponese è arrivato a perdere il 19,9% per poi recuperare il 14,5 per cento. L’indice Stoxx 600 europeo è crollato del 14,88% nei primi 40 giorni per riassorbire la perdita ad un -6,04 per cento. Tra le piazze continentali ha sofferto molto i rovesci di mercato Milano con l’indice Ftse Mib che all’11 febbraio mostrava una perdita di ben 23,9 punti percentuali. Rosso che si è ridotto a -12,39 per cento.
Il valore di mercato perso e poi recuperato
Stando alla banca dati S&P Capital IQ i mercati azionari globali da inizio anno ai minimi dell’11 febbraio hanno visto volatilizzarsi oltre 14mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Un buco che è stato in buona parte ricolmato con i 12mila riguadagnati nell’ultimo mese e mezzo. Un collasso e un successivo recupero di una violenza estrema in un contesto di volatilità anomalo. Normalmente i mercati sono più ondivaghi nei periodi estivi. Quando i volumi di scambio sono inferiori alla media per via delle festività e gli indici sono più facilmente orientabili, al rialzo o al ribasso. Difficile che questo possa avvenire in un periodo assai più affollato come i primi tre mesi dell’anno nuovo. Eppure questo è successo a giudicare dall’andamento del Volatility index (Vix) balzato ai massimi di questa estate.
Le variabili Cina e petrolio
I crolli della Borsa di Shanghai, le improbabili contromosse delle autorità per arginare i crolli (la seduta di giovedì 7 gennaio durò appena 14 minuti per via dell’attivazione del meccanismo di sospensione automatica degli scambi) e la decisione della banca centrale cinese di svalutare nuovamente lo yuan. Sono stati soprattutto questi eventi a scuotere i listini nei primissimi giorni dell’anno. Questa estrema ondata di avversione al rischio ha colpito tutti i mercati trainati al ribasso soprattutto dal crollo delle commodities (la classe di investimento più esposta in caso di rallentamento della Repubblica popolare visto lo status di importatore di quest’ultima).
È stato in particolare il petrolio, piombato sotto i 27 dollari al barile a inizio febbraio, a catalizzare le attenzioni dei ribassisti. Gli spunti per vendere non sono mancati in un contesto di mercato che, allora come oggi, resta condizionato da un problema molto difficile da risolvere: l’eccesso di capacità produttiva. E con il petrolio e le altre commodities a cascata hanno sofferto i Paesi emergenti e i titoli del settore petrolifero e minerario.
La nuove regole per le banche
A questi elementi di incertezza globali, peraltro già noti , se ne è sommato un altro in Europa che ha riguardato la tenuta del sistema bancario. L’entrata in vigore nel 2016 del nuovo meccanismo europeo di risoluzione bancaria, che ha introdotto il concetto di “bail in” (salvataggio interno ad opera di soci e creditori) in sostituzione del “bailout” (salvataggio con soldi pubblici), ha messo in allarme azionisti e obbligazionisti degli istituti meno solidi che hanno iniziato a percepire come concreto il rischio di farsi carico della ricapitalizzazione della banca attraverso, ad esempio, la conversione in capitale dei bond subordinati. In un contesto già estremamente volatile e nervoso per le ragioni di cui sopra, le banche in Borsa hanno sofferto pesantemente. Non solo quelle italiane, bersagliate per il noto problema delle sofferenze (vedi articolo in pagina), ma anche quelle straniere come Deutsche Bank finita nella bufera dopo l’ennesimo bilancio in profondo rosso (6 miliardi di euro di perdita).
Mercati illiquidi
Il mercato nelle prime settimane dell’anno è stato caratterizzato da un’estrema illiquidità e questo ha esasperato le oscillazioni e l’instabilità dei listini. Non è ben chiaro perché, d’improvviso, si è venuta a creare questa situazione di instabilità. In molti hanno tirato in ballo i fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio che, per far fronte alle esigenze di cassa legate al crollo dei prezzi, sono stati costretti a liquidare forzatamente parte del loro portafoglio. C’è poi chi ha spiegato questa volatilità con il fatto che le banche, costrette a rispettare i requisiti patrimoniali imposti dalle autorità di vigilanza, non riescono più a «fare mercato» e quindi ad assorbire le ondate ribassiste.
Il ruolo delle banche centrali
Sta di fatto che, così come è sceso il mercato è risalito. Un rally, quello dell’ultimo mese e mezzo, che ha premiato proprio le classi di investimento più penalizzate come le Borse emergenti (+18% dai minimi) o il petrolio (+43,7%). Un rimbalzo che è andato di pari passo con la svalutazione del dollaro (-3,34% la performance del dollar index dai massimi di fine gennaio ai minimi di metà marzo) legato alla scommessa su una politica monetaria più accomodante da parte della Federal Reserve. Scommessa che in parte è risultata azzeccata dato che, al direttivo di questo mese i banchieri hanno fatto capire che i rialzi del costo del denaro per il 2016 sarebbero stati due non quattro come inizialmente preventivato. Per ragioni diverse ha poi contribuito alla ripresa dei mercati anche la decisione della Bce di ampliare il Quantitative easing e di varare nuove misure di stimolo monerario. Misure che hanno favorito soprattutto il rimbalzo delle bersagliate piazze di Milano e Madrid.
Il rimbalzo tecnico
C’è peraltro una motivazione più tecnica da tenere conto per spiegare questo rimbalzo: nei primi mesi dell’anno i grandi gestori hanno aumentato di molto la loro quota di risorse liquide in portafoglio portandola, secondo i calcoli di BofA Merrill Lynch, al 5,6 per cento. Una percentuale superiore alla media e ai massimi dal 2001. Numeri che in genere vengono interpretati come il segnale che il mercato è ipervenduto. Non è un caso quindi che gli investitori in tutto il mondo abbiano riscattato parte di questa abbondante liquidità (65 miliardi netti i deflussi dai fondi monetari nelle ultime due settimane) per investirla laddove i prezzi erano più convenienti. Favorendo così il rally.

Andrea Franceschi

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